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E tu, sei più un Bulger o un Kaczynski? La domanda con cui valutare il video di Beppe Grillo, due minuti scarsi di purissimo imbarazzo, alla fine è quella.

Non ho niente contro il garantismo, ho molti amici garantisti. Il loro pavlovismo, rispetto alle accuse di stupro a uno dei figli di Beppe Grillo, è ricalcato su quel monologo di Louis Ck che sdoppiava la valutazione d’un fatto in of course (certo che), but maybe (però forse): certo che fino al terzo grado di giudizio sei innocente; però forse, se tuo padre ha contribuito a costruire un mondo in cui sei colpevole già dalla fase istruttoria, quel che ti sta accadendo sa di nemesi.

I fatti li avete letti ovunque: il giovane Grillo, con altri tre amici, ha avuto rapporti sessuali con una ragazza che dice d’essere stata stuprata, mentre i quattro dicono che c’era il consenso (che Beppe Grillo chiama consenzientità, ma a questo poi ci arriviamo).

La madre del giovane Grillo dormiva nella stanza accanto, uno di quei dettagli che se li metti in una sceneggiatura ti dicono che non è verosimile. Ci sarebbero dei video, io non li ho visti ma Beppe Grillo sì (anche a questo ci arriviamo poi). I video, com’è normale, dimostrerebbero cose diverse a seconda di quale parte in causa ne riferisca.

Per fortuna né io né voi siamo pagati per giudicare come sia andata, e questo mi permette di concentrarmi sulla parte davvero interessante dell’invettiva di ieri del padre di uno degli accusati.

E la parte interessante è: fuori da quell’opera di fantascienza che è la Bibbia, in cui fratelli ammazzano fratelli e padri sono pronti a sgozzare figli, l’assenza di familismo è perdonabile?

Se Grillo non apparisse furibondo sullo schermo a dire che lui il video l’ha visto, c’è suo figlio col pisello di fuori che ride, e questo dimostra che è un giovane fesso, mica uno stupratore, e soprattutto dimostra che «c’è la consenzientità», se Grillo non difendesse suo figlio sempre e comunque, anche di fronte ad accuse orrende, non sarebbe forse considerato un padre degenere?

William Bulger è un politico americano con un fratello boss della malavita organizzata, latitante. A un certo punto viene fuori che lui sapeva dove fosse, mentre cercavano di arrestarlo (il fratello è stato latitante per sedici anni). Perché non gli ha detto di costituirsi, gli chiede a un certo punto della latitanza il gran giurì. Non mi sembrava nei suoi interessi, risponde William. William Bulger è in un certo senso il negativo di Caino, e infatti in Giustizia (Feltrinelli), Michael Sandel intitola «I custodi dei fratelli» le pagine in cui accosta il suo caso e quello di Unabomber.

David Kaczynski faceva l’assistente sociale, quando i quotidiani si arresero a pubblicare il manifesto di Unabomber, condizione posta perché smettesse di mandare bombe in giro. Quella è la prosa di mio fratello Ted, pensò, e lo andò a dire all’Fbi. Il fratello durante il processo lo definì «un Giuda Iscariota», perché sì, lui ammazzava gente a casaccio, ma quella spia (non figlia di Maria, come c’insegnano da piccoli) era pur sempre suo fratello: che fine ha fatto la lealtà famigliare?

A freddo – che si stiano valutando i casi di Bulger, o di Kaczynski, o di Grillo – siamo tutti gente che mette il senso civico sopra al familismo amorale.

Siamo tutti Kay Adams nella seconda parte della sua vita, quella in cui dice a Michael Corleone che non vuol saperne delle sue malefatte, vuole una vita onesta; non siamo mai la Kay che fa finta di niente per anni.

Non siamo mai il figlio di Riina che va da Vespa a difendere il padre, figuriamoci: siamo tutti specchiati cittadini che sarebbero fermi nella loro condanna morale del malvivente di famiglia; siamo tutti onesti, finché non ci capita in sorte un padre criminale, finché possiamo dare valutazioni morali meramente teoriche.

Solo che – in caso di dilemma morale – se non sei il giovane Riina, sei il giovane Di Maio, che fa leggere la letterina di scuse all’anziano padre. Un video che, a rivederlo oggi, è straziante quasi quanto quello di Grillo. Anche perché l’Adnkronos (primo risultato che mi esce cercando il video su Google) titola la contrizione paterna «mio figlio era allo scuro», che assieme a «consenzientità» dice cose della consuetudine degli italiani con l’italiano che preferirei non sapere.

In “La cena”, strepitoso romanzo del 2010 (Neri Pozza), Herman Koch racconta un insegnante di storia che – quando scopre che il figlio è il ragazzo di cui tutta l’Olanda sta parlando: quello che, nel filmato sfocato d’una telecamera di sorveglianza, dà fuoco a una barbona per noia, per insofferenza, per divertimento – cerca innanzitutto il modo di fargliela far franca.

Certo, quel padre ha un disturbo neurologico che lo rende amorale, ma non è solo lui a cercare innanzitutto di dare la colpa alla barbona, che poteva spostarsi invece di dar fastidio al sedicenne virgulto. Lo stesso meccanismo psicologico scatta nella moglie, e nel fratello, aspirante primo ministro e padre del cugino che è stato complice nell’omicidio. Che esagerazione, definirlo omicidio, sbotta la madre.

Modello inconsapevole del Beppe Grillo che un pomeriggio accende la webcam e dice che insomma, è uno schifo, c’è un video con questi quattro col pisello di fuori che ridono, si vede che son dei ragazzi che si divertono. Poiché non sappiamo più valutare i fatti, ma solo le appartenenze, finirà così: che i simpatizzanti dei 5 stelle saranno Bulger, e gli avversari politici Kaczynski.

L’articolo Ma che doveva fare Grillo, condannare suo figlio in diretta? proviene da Linkiesta.it.

Il foglio : moda

Non è ben chiaro il momento in cui Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega al momento unico sottosegretario al Mic depauperato del Turismo, abbia iniziato a interessarsi alla moda. Al telefono, dice che è stato molto tempo fa e di averlo sempre considerata rilevante, sia per il suo apporto al pil nazionale, sia per “l’immagine stessa del paese”. E’ certo invece che la signora stia per diventare il deus ex machina nazionale del sistema abbigliamento di lusso e affini. Lo è in pratica da questa mattina, quando si presenterà alla Sessione straordinaria della Cabina di regia per l’internazionalizzazione dedicata all’attrazione degli investimenti esteri, in programma alla Farnesina, come delegata per il Mic in sostituzione di Dario Franceschini e dove porterà, dice, “la questione moda, che nella parte dedicata al Made in Italy non era citata”. 

Vecchia questione, la questione moda, e soprattutto la sua percezione da parte della politica, che in Italia si innesta molto spesso sulla morale spicciola e sulla percezione popolare del settore come di attività ludica, da cui il sostanziale disinteresse pubblico nei riguardi di gente che, proprio perché farebbe cose divertenti, dovrebbe cavarsela da sola. Dopo un anno di lockdown, le aziende della moda hanno i magazzini pieni, cioè gran costi, e le casse vuote. “Già nell’ultimo ‘Ristori’, avevamo provato a fare passare un emendamento inerente alla liquidità di cassa”, dice Borgonzoni (circa 700 milioni, destinati ad aziende anche quotate con fatturato superiore ai 2 milioni di euro e in salute prima della pandemia, ndr). Qualche giorno fa, Confindustria Moda ha dichiarato una flessione del 26 per cento del comparto nel 2020, con una perdita di oltre 25 miliardi di euro, che si teme si trasformerà in una messe di licenziamenti appena sarà tolto il blocco, portando a una perdita di competenze specializzate che è appunto uno dei temi sui quali la senatrice intende intervenire dopo essersi guadagnata la delega sostanziale alla direzione Moda, Design e Industrie Creative in seno al ministero della Cultura. Non dovrebbe avere straordinari fondi a disposizione, visto che, par di capire, una parte non irrilevante della liquidità va a sostenere il Maxxi, direttamente dipendente dal Mic (nell’ultimo bilancio pubblicato, alla voce “contributi di gestione” si legge la cifra di oltre 7 milioni). Però, ed è questo che più conta per un settore che dipende dalla bienveillance di tre ministeri – e cioè Mise, Mic ed Esteri – Borgonzoni vanta un rapporto strettissimo di collaborazione con il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, di suo sensibile nei riguardi delle imprese moda al punto di aver riavviato il Tavolo, voluto da Carlo Calenda e sospeso da tempo, che si riunirà per la prima volta domani. 

 

Dunque, e sebbene una collaborazione interministeriale sia fuori discussione, non ci sono dubbi che sia nato un asse forte in seno alla Lega attorno a un settore culturale ed economico che, se ufficialmente si dichiara molto progressista e imposta la propria comunicazione persino oltre il ddl Zan, debba poi fare i conti con la realtà dei fatturati in calo. E questi aiuti sono tinti di verde Lega. Nel suo programma, Borgonzoni elenca quattro punti difficilmente non condivisibili. Il primo, la “formazione e salvaguardia delle professionalità esistenti” all’interno dei “centri tecnologici esistenti” e con forte accento sul digitale, da realizzare tramite bando in collegamento con i distretti, risponde a una esigenza di qualificazione che finora si è svolta nel consueto ordine sparso nazionale (poche scuole professionali, non tutte eccellenti, molte scuole interne alle aziende, non sempre di facile accesso). Bisognerà poi rendere questo programma attraente per un pubblico di ragazzi sedotti dai talent show, e sarà il passo più difficile. Il secondo punto in programma è qualcosa che chi si occupa di questo settore conosce molto bene, e cioè la digitalizzazione degli archivi storici. Ricordiamo dodici anni fa un progetto nazionale e un convegno a Palazzo Spini Feroni, cioè dai Ferragamo, da cui emersero molte parole e mai la verità che qualunque archivista serio avrebbe potuto pronunciare, e cioè che non si può procedere alla digitalizzazione nazionale di niente se è vero, come è purtroppo vero, che ogni archivio aziendale risponde a criteri di catalogazione propri, talvolta home made, cioè affidati a critici, curatori, amici degli amici, e vorremmo non esprimere giudizi sulle condizioni in cui alcuni di questi sono tenuti, nonostante godano di sovvenzioni pubbliche.

Spiega Borgonzoni che la digitalizzazione degli archivi sarebbe “finalizzata a implementare una maggiore facilità di fruizione per gli addetti ai lavori dell’immenso patrimonio culturale e artistico del settore”. Vasto progetto, direbbe quel tale. Sul terzo, la blockchain, tutti felici certamente: un sistema di tracciabilità e autenticità del made in Italy, può essere osteggiato solo da chi si avvale dell’etichetta senza possedere i requisiti per sfoggiarla. Speriamo di non avere un numero eccessivo di brutte scoperte, sebbene le norme siano piuttosto lasche. Sul quarto punto, la “piattaforma per le pmi” che godono notoriamente di “scarsa visibilità”, l’idea di una rete è certamente buona, ed è anche evidente che la senatrice abbia capito di aver bisogno delle associazioni di settore per la selezione. Va detto, però, che molti furbissimi imprenditori nazionali e stranieri, uno in particolare, ArteMest, hanno già messo in rete le vere eccellenze. Questo progetto avrebbe portata ovviamente istituzionale e non commerciale, ma siamo sicuri che riuscirebbe a selezionare i migliori, senza cadere vittima dei tanti interessi locali? Non si è data un compito facilissimo, la senatrice Borgonzoni. Anzi, se ne è aggiunta altri due: il reshoring delle imprese del settore, che era ampiamente iniziato prima del Covid, e un “recycling hub” che però, per prendere il via, ha “necessità di collaborazione” da parte di altri ministeri. Uno è garantito.

panorama

Non c’è alcuna ragione scientifica per tenere chiusi luoghi come gli Uffizi. Che, al contrario, aiutano a contrastare i danni della pandemia.


Sembra che il 20 aprile inizieranno ad aprire alcuni musei. Non è certo, come del resto nella gestione del Covid non è certo nulla e questo non perché l’andamento del virus sia «non programmabile» – cosa che contiene della verità – ma perché proprio in conseguenza di questo fatto non si è voluto o non si è riusciti a programmare, a diversificare i livelli di rischio delle varie situazioni (scuola, fabbriche, musei, centri sportivi, centri commerciali, supermercati, trasporti pubblici), misura che andava pensata e appunto programmata. Ma soprattutto andava decisa. L’unica decisione ferrea, ferma, apparentemente incontrovertibile è stata la chiusura che ha prodotto tra l’altro effetti molto discutibili.
Di tutte queste realtà i musei meritano un’attenzione particolare perché non sono una cosa tra le cose, un’istituzione tra le istituzioni, sono – come si riempiono la bocca in molti da tempo, evidentemente non credendoci – i nostri giacimenti culturali. Come è noto la nostra economia è da sempre un’economia di trasformazione, cioè non avendo le materie prime trasformiamo ciò che la maggior parte delle volte importiamo dall’estero. In altre parole, non abbiamo altri giacimenti che non quelli culturali. Questi hanno un senso profondo per noi italiani. Non solo perché ci identificano all’estero, ma perché per noi stessi, per la nostra vita, rivestono un ruolo fondamentale già a partire dalla giovane età lungo tutto il corso dell’esistenza. Ci abituano alla bellezza e non occorre citare Fëdor Dostoevskij per sapere che la bellezza è la vera salvezza del mondo. E se lo è in situazioni normali, lo è ancora di più in un momento di difficoltà come quello che stiamo attraversando.
Ho avuto la fortuna, anzi il privilegio, di poter visitare recentemente gli Uffizi e le sue Gallerie per girare un servizio per la mia trasmissione Dritto e Rovescio. Ho incontrato il direttore del museo Eike Schmidt col quale mi sono confrontato sulle possibilità reali che un museo come quello di Firenze potesse rimanere aperto, anche durante la pandemia, assicurando che non si creassero assembramenti e contingentando l’ingresso. Chi ha visitato gli Uffizi sa che questi spazi – sia delle gallerie vere e proprie sia delle altre sale – non sono angusti e consentono una visita dove le persone possono stare a una distanza ben superiore ai due metri, indossano ovviamente la mascherina, la loro temperatura può essere controllata all’ingresso, possono disinfettarsi le mani e depositare borse e quant’altro in appositi contenitori a loro volta sanificati. Il dottor Schmidt mi ha confermato che tutto questo sarebbe stato ed è possibile. Certo, con un grande impegno e con la dovuta diligenza, ma possibile.

Devo dire, per esperienza personale – e non sta parlando uno storico o un critico dell’arte, né una persona particolarmente esperta in essa – che quella visita per me ha significato una boccata d’aria. Uscito da lì stavo meglio, non perché mi ero dimenticato del Covid ma perché l’anima era stata a contatto con la bellezza e aveva ripreso vigore; quel vigore che rende la vita più facile da essere affrontata. Dico questo per me: ma credo che chiunque avrebbe potuto dire lo stesso, in un periodo come questo, dopo aver potuto fare l’esperienza che ho vissuto io.

Tra l’altro molti studi hanno confermato che i musei sono luoghi dove il virus non circola e allora la domanda è: perché gli Uffizi debbono stare chiusi e la metropolitana milanese resta aperta con un assembramento e un affollamento che non ha eguali su altri tipi di trasporto pubblico? Mi sono anche domandato: ma è mai possibile che nessuno al governo abbia avuto il coraggio e la forza di dire «preserviamo almeno la bellezza!». Poi, però, mi sono chiesto: chi avrebbe potuto dirlo? Chi se la sarebbe sentita di fare una simile affermazione? Ci vogliono forza, determinazione, cultura politica, senso di rappresentanza di un popolo per dire cose di questo tipo. Ci vuole la consapevolezza che si governa una comunità nella sua interezza e che in quella interezza la cultura deve godere di uno spazio privilegiato. Se qualcuno non lo ha detto vuol dire che non ci ha pensato e se non ci ha pensato, alla fine, vuol dire che non ci crede.

Possibile che in tutto il Parlamento si sia alzato a gridarlo, e più volte, solo Vittorio Sgarbi? Possibile che il nostro ministro della Cultura non si sia imposto in questo senso? Veramente qualcuno ha pensato che la chiusura dei musei – ci riferiamo in particolare a quelli che godono di ampi spazi – possa essere stato e sia uno dei deterrenti fondamentali al diffondersi del contagio? Sono uscito da quel museo felice e triste nello stesso tempo per i motivi che ho provato a raccontarvi.

Il foglio : economia

I risultati del primo trimestre di Lvmh – il più grande gruppo mondiale del lusso che controlla una settantina di marchi tra moda, profumi, cosmetica e vino-alcolici – ci dicono molto di più di un buon inizio anno per la maison guidata da Bernard Arnault dopo il crollo delle vendite del 2020. Rappresentano una delle prime conferme di come il consumo di beni voluttuari sia in forte ripresa a livello globale ma in modo selettivo rispetto alle aree geografiche colpite dalla pandemia e a seconda dei canali di vendita.

 

 

Lvmh ha visto nei primi tre mesi di quest’anno una crescita del 32 per cento del fatturato (a quota 14 miliardi) rispetto allo stesso periodo del 2020 e c’è stato anche un aumento dei ricavi organici rispetto al primo trimestre del 2019, cioè prima che il coronavirus costringesse tutti a stare in casa e a vestirsi in modo casual. L’aumento maggiore ha riguardato abiti e accessori  (più 52 per cento) seguiti da vino e liquori (più 36 per cento), orologi e gioielli (più 35 per cento), e profumi e cosmetici (più 18 per cento).

 

Se ne potrebbe dedurre che un numero crescente di persone (che se lo può permettere) sceglie di tornare a vivere portando una borsa di Lady Dior, bevendo champagne, indossando un pullover Loro Piana o un gioiello Tiffany (questo è il primo anno in cui Lvmh ha integrato la casa di gioielli americana). Ma a ben guardare, questo risultato è dovuto soprattutto alla crescita della domanda che arriva dai mercati asiatici e americani, che si stanno riprendendo molto più velocemente dalla crisi sanitaria, e all’exploit degli acquisti online. Al contrario, le vendite al dettaglio nei negozi europei ancora languono sia per lo stop ai viaggi internazionali dello shopping sia per la chiusura prolungata dei negozi stessi e anche perché il settore turistico è congelato. E non è dato (ancora) di sapere se l’e-commerce potrà mai compensare l’impatto della sospensione dei viaggi internazionali e della chiusura dei punti vendita tant’è che Lvmh ormai iscrive queste vendite in una categoria a parte (“selective retailing”) che rispetto al 2019 fa ancora meno 30 per cento.

 

Che l’Europa potesse essere l’area più colpita dalla crisi dei consumi dei beni di lusso, era stato previsto da diversi studi internazionali che già lo scorso anno avevano ipotizzato una ripresa più lenta a causa del perdurare dei contagi e dei ritardi nei vaccini. Ma adesso è praticamente certo che le cose stiano così e non è un caso che praticamente tutte le maison del fashion del Vecchio Continente stiano rivolgendo più di prima lo sguardo al mercato cinese. Il lusso diventa così la cartina al tornasole della ripresa economica diseguale nel mondo dopo la grande crisi sanitaria e dell’accelerazione dei consumi digitali soprattutto per chi non ha subito un impatto sul reddito.

 

Al momento, non sono disponibili dati aggiornati sui consumi di prodotti del lusso in Italia (a giudicare dall’incremento dei depositi bancari e dei risparmi non ci sarebbe da sorprendersi se facessero registrare un incremento), ma negli ultimi giorni è emerso che c’è stato per la prima volta un calo nella spesa dei beni di prima necessità. Secondo la Coldiretti, gli italiani stanno tagliando l’acquisto di cibo (a febbraio-5,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2020). Se il dato venisse confermato, sarebbe una brusca inversione di tendenza dopo che l’alimentare era risultato il settore che aveva resistito meglio alla crisi con un aumento delle vendite al dettaglio determinato anche dal maggior tempo trascorso a casa.

 

Troppo presto per dire come sarà il mondo dopo la pandemia, ma di certo questi trend fanno intuire che la ripresa economica è già arrivata solo in alcuni paesi e che le priorità di spesa, mai  come oggi, non sono uguali per tutti. 

Il foglio : moda

Nella vita di tutti, arriva sempre il momento in cui tocca aprire l’armadio di casa e vedere se sia possibile tirarne fuori qualcosa di buono. Festeggiamenti, scomparse, traslochi. Sapete quelle congiunture ineluttabili, al tempo stesso grevi e cariche di energie, in cui ci si dice che sia arrivato il momento di scegliere, razionalizzare, tenere il buono, valorizzare i ricordi importanti, e pazienza il resto. Se poi questo momento, come nel caso del centenario di Gucci, coincide con un quadro generale, planetario, che spinge al cambiamento, al rinnovamento, alla revisione delle priorità, ecco che una collezione ufficialmente celebrativa acquisisce un senso molto diverso rispetto alle tante altre collezioni di genetliaco che abbiamo visto in questi anni, talvolta anche grandiose, ma prive del senso intimo, personale, di cui invece ognuno di noi ha caricato questa particolare presentazione.

 

Selezionando dalla memoria e dalla propria esperienza racconti, immagini, flash, parole, “lavorando di hackeraggio” come ama fare, il direttore creativo di Gucci Alessandro Michele ha coinvolto per qualche giorno stampa e referenti artistici del marchio, da Miley Cyrus a Jared Leto, in un gioco di ri-scoperta del marchio e della sua storia attraverso l’invio a casa di una rivista di quiz sviluppata ad hoc con Keesing Prs Italia e comprensiva di un gioco a chiave per accedere alla visione della collezione online (il critto-Gucci avrebbe mandato in crisi il ceo tanto era complesso, ma in ogni caso suggeriremmo alle università di imporre in sede di esame il “cruciverba sui tessuti”).

 

 

Tradotta in capi e accessori, la summa dell’eredità culturale e manifatturiera Gucci ha invece assunto la forma di una collezione ricca di novantaquattro uscite, di un gran giocare di riferimenti fra il mondo dell’equitazione (“senza un riferimento preciso nella manifattura originaria, in realtà: Gucci non ha mai prodotto selle o finimenti, perché debuttò con le valigie. Lo chic del mondo dell’equitazione però sollecitava l’immaginario del fondatore”) e di un film girato con Floria Sigismondi, autrice di infinite fantasmagorie del mondo rock, da David Bowie a Rihanna.

 

Il racconto visivo parte da una rivisitazione in chiave clubbing della leggenda sul debutto di Guccio Gucci come cameriere al Savoy di Londra (“ho iniziato a sentirne parlare fra i tavoli dei sarti al mio arrivo, molti anni fa, ed è ancora argomento di narrazione”) e chiude, oltre un passaggio buio e una porta che è abbastanza immediato identificare in un “atto di nascita”, sulle immagini di una arcadia classica, cioè pansessuale, pacificata, e su un cuore anatomico coperto di cristalli e lanciato verso il cielo che sì, è in effetti una borsina da sera e sarà certamente uno dei pezzi più ricercati, ma che Michele vuole definire come “ideale passaggio verso chi raccoglierà il testimone in futuro”. C’è molta abilità commerciale, in questa collezione che rivisita in chiave pop, facile e immediatamente intelligibile, glamour come non si vedeva dai tempi di Tom Ford che infatti viene evocato di continuo con la sua “tensione seduttiva”, pezzi iconici come il tailleur pantalone di velluto rosso portato a fama imperitura da Gwyneth Paltrow a metà del primo decennio del Duemila o gli stivali da cavallerizzo che tutta la X Generation ha indossato negli Anni Ottanta.

 

  

Ma c’è anche molta sorridente autoironia nella interpretazione fetish del mondo dell’equitazione (parastinchi trasformati in spalline, finimenti in cinghie da pratiche sadomaso, morsetti in grandi decori per bustier di cuoio, cap chiusi e portati come borse a mano). Facile predire che venderà moltissimo, e che i pezzi più ricercati, oltre agli accessori e ai gioielli, incluso un piercing per il naso che, avessimo un’altra età e non ci toccasse un altro ruolo, vorremmo subito, saranno i capi sviluppati dal direttore creativo di Gucci con Demna Gvasalia di Balenciaga in una rivisitazione infragruppo degli stilemi e della costruzione vestimentaria di due dei marchi della moda che, fra pochi altri, interpretano davvero quello che Michele definisce l’essenza vitale della moda, cioè il suo essere parte del processo quotidiano dell’esistenza di ognuno di noi: “Il vestito è l’unico elemento che ci accompagni in ogni momento della nostra esistenza, nella veglia e nel sonno, nell’amore e nel lavoro”. La moda come atto generativo in sé, lontano dai riti della stagionalità e dei diktat commerciali, è una teoria che affascina gli studiosi da almeno cinquant’anni.

 

Se Michele non guidasse un brand che fattura 7,4 miliardi di euro che deve recuperare posizioni dopo un anno di pandemia e non fosse che, senza l’ascesa dell’individualismo e la cancellazione delle norme di abbigliamento per le fasce popolari con l’Illuminismo, non si potrebbe parlare di moda in senso contemporaneo, il suo pensiero meriterebbe uno sviluppo più articolato rispetto a quello offerto da una conferenza stampa via Zoom e una cartella stampa dove cita la filosofa Maria Zambrano per raccontare come “la lunga storia di Gucci non sia racchiudibile all’interno di un singolo atto inaugurale ma che debba invece “prevedere una lunga serie di “nascite interminabili”” e continue rigenerazioni. Il passato, osserva ancora Michele, non è mai consegna inerte e ripetizione dell’immutabile: anzi, “implica necessariamente l’idea del movimento, ed è in questo incessante movimento che la vita sfida il mistero della morte”.

 

Direbbe Walter Benjamin che per progettare il futuro è necessario cambiare il passato rintracciando, nel suo dispiegarsi, riserve di energia che possiedono in potenza una vita ulteriore. “Nel mio lavoro”, scrive il direttore creativo di Gucci, “faccio appello alla capacità di riabitare il già dato. In questo senso Gucci diventa per me un laboratorio di hackeraggio, incursioni e metamorfosi: un generatore permanente di luccicanze e desideri imprevisti”. A partire da quello che a tutti manca di più: una “festa d’aria”. 

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Ho una rivelazione pazzesca per tutti coloro che si straniscono per la foto di Ibrahimovic al ristorante. Ogni giorno, in molti ristoranti delle città in cui abitiamo, si tengono pranzi di lavoro tali e quali a prima. Sì, anche nelle zone rosse e arancioni. Sì, quegli stessi ristoranti che se provate a mangiarci voi vi dicono che è vietato, che c’è la pandemia, che spiacenti solo da asporto. Chiudono le porte e ospitano a pagamento gente che affitta l’intero locale – per il resto chiuso al pubblico – perché deve parlare con un cliente o un socio o un chiunque con cui prima avrebbe pranzato e con cui intende pranzare anche ora.

Sì, lo so: voialtri se dovete parlare di lavoro ordinate il cinese a domicilio e vi riunite su Zoom. La vita è iniqua, e vi dirò di più: quelli che s’affittano un intero ristorante non sono neanche i ricchi. I ricchi prendono una suite in un albergo figo e si fanno portare il pranzo in camera (poi tornano a dormire a casa: che spreco).

Anche nella pandemia esistono le classi sociali, lo so che non volete sentirvelo dire, che vi sembra un concetto inaccettabile, che alle scuole elementari v’hanno detto che eravamo tutti uguali e non potete capacitarvi v’abbiano mentito: eravate pure i cocchi della maestra.

Tuttavia nulla piace alla plebe quanto rivalersi sul privilegiato percepito, e quindi ora muoia Ibrahimovic con tutti i commensali: come osa lui andare al ristorante e noi no.

Per non parlare di Bottega Veneta: crolleranno le vendite, ora che le foto della festa postsfilata, a Berlino, hanno rovinato la reputazione del marchio? Chissà. L’indignazione era alta – come osano non mantenere le distanze sociali, come osano pensare che il virus stia lontano dal loro party solo perché esclusivo – ma sappiamo che la memoria dell’indignazione s’esaurisce dopo un giorno e mezzo. (Tranne se sei un cinese davanti a una boutique di Dolce e Gabbana).

Il guaio sono le foto, in entrambi i casi. Un paio d’anni fa sono andata al compleanno d’una influencer. La regola per la festa era: niente social. Quando qualcuno tirava fuori il telefono per postarsi su Instagram, e qualcun altro gli diceva «non si può», lo sguardo era quello di Verdone in Un sacco bello: «In che senso?». Se non lo posti non è successo davvero.

Tempo fa Chiara Ferragni non postò niente per ventiquattr’ore. Era una pubblicità di qualcosa, ricomparve il giorno dopo dicendosi riposatissima per merito di non ricordo più quale prodotto (può dirsi efficace una pubblicità di cui ti ricordi il contorno ma non il prodotto?), ma coloro che la seguono erano preoccupatissimi: se non esisti in diretta Instagram per ventiquattr’ore, devi essere come minimo morta.

E quindi figurati se chi si trova a tavola con Ibrahimovic non posta una foto, anche se così inguaia tutti dal ristoratore in su. E quindi figurati se chi va alla festa (esclusiva, puntesclamativo) di Bottega Veneta non smania per farlo sapere a chi non è stato invitato (e si sentirà costretto a mettere un cuoricino per non apparire invidioso).

Le due polemiche, poi, si fondano sul supremo ricatto morale: c’è la pandemia, ci fai morire tutti per le tue frivolezze. Facendo impallidire la polemica di Valentino, il cui ricatto morale è (solo?) la fluidità di genere: robetta, direte voi, in confronto al contagio; ma lo direte solo perché non sapete quant’è importante posizionarsi dalla parte giusta su certi temi.

Riassumo la vicenda Valentino perché è di tre giorni fa, che nel mondo delle indignazioni è un tempo lunghissimo. Decidono di pubblicizzare una borsetta da duemilaetrecento euro con una foto orrenda: un modello nudo scavalca una parete e, dal piede davanti al muro, pende la borsetta. Senonché il modello ha un’aria efebica, è peloso come un uomo ma ha i capelli lunghi come una donna, a uno sguardo distratto potresti sbagliare sesso, e quindi i commentatori che trovano la foto orrenda sono certamente retrogradi fautori della binarietà di genere. (Ci sono anche quelli che esplicitano il loro considerare il tizio che sembra una tizia una turpitudine morale, certo che ci sono; e io li detesto, perché tolgono legittimità al mio dire che quella è oggettivamente una foto orrenda: lo sarebbe anche se la borsetta pendesse dal piede di Steve McQueen o di Marilyn Monroe, per fare due nomi dall’estetica non ambigua).

Quindi, specularmente a come è indifendibile il ristorante privatizzato o la festa non distanziata in corso di pandemia, è inattaccabile la foto di Valentino: se osi criticarla ti prendi un pistolotto sui massimi sistemi che in confronto le miss che volevano la pace nel mondo erano una passeggiata di salute.

Ergo, visto che i ricatti si bilanciano, suggerirei a chiunque volesse essere così incosciente da fare vita mondana in pandemia, e così incontinente da volerne condividere le immagini sui social, di procurarsi almeno un amico gender fluid (non si può dire «un amico», se è gender fluid; non si possono nominare i fluidi senza solidificarli, in una lingua romanza, una lingua coi generi: siamo destinati a suonare retrogradi). Se nell’immagine della serata ci sarà anche la creatura della quale non possiamo definire il genere, allora possono star certi che nessuno che voglia stare dalla parte dei giusti condannerà la convivialità, pur di non passare per bigotto.

L’articolo Siamo così scemi da indignarci per le foto di Ibra e di Bottega Veneta sui social proviene da Linkiesta.it.

Il foglio : moda

Che sulla Sueddeutsche Zeitung siano comparsi nello stesso giorno articoli sui funerali dell’uomo più elegante ed eccentrico del mondo, il principe Filippo di Edimburgo, e un dibattito pensoso sul ritorno in auge del jeans di linea dritta, se non addirittura largo, la dice lunga sulle incertezze estetiche in cui il popolo tedesco si dibatte dai tempi di Goethe e che la lunga permanenza di Angela Merkel ai vertici della cosa pubblica non ha aiutato certo a dissipare (nel primo Cinquecento ci fu invece e addirittura il cosiddetto “primo influencer della storia”, il contabile dei Fugger Mattaeus Schwartz, a cui si deve il primo “libro di vestiti personali” della storia, il Trachtenbuch, un unicum ovviamente mai ripetuto). Per dirla in estrema sintesi, nessuno di elegante, in nessun momento della storia, di qualunque sesso conosciuto, voluto, perseguito o immaginato, ha mai indossato jeans iper-modellanti.

 

Il jeans elegante, per intenderci del genere che si può indossare sotto il blazer o anche la sera, lascia intuire le forme senza tirare lì (uomini di qualunque inclinazione) o spingere là (donne cisessuali; altri regolarsi a piacere). Di solito, noi della categoria esperti del settore inquadriamo senza timore di fallo l’origine socio-culturale dell’uomo che ci sta di fronte dall’aderenza del pantalone, la lunghezza del risvolto, il colore delle scarpe e la loro forma. Stronzissimi/e, senza dubbio, ma non sbagliamo mai: all’abbinamento jeans stretto sulla coscia-lunghezza attorno alla caviglia-scarpa a punta quadrata, magari gialla o blu chiaro, si accompagna di solito un tipo che ti apre la porta al ristorante senza sapere di dover entrare lui per primo (vecchia usanza per proteggere la signora da sguardi indiscreti e verificare che non ci siano pericoli, adesso lo sapete), che rotea il vino nel bicchiere, mette le posate di lato sul piatto mandando in crisi il cameriere e che per darsi un tono cita Coelho. Fra le donne, le cose non cambiano di molto, e anche chi ci ha chiesto questo articolo ha concluso sconsolato di aver visto nella propria vita pochissime donne in grado di indossare jeans a pelle senza evocare un insaccato industriale. Duro a dirsi in tempi di body positivity e di negazione dell’eccezionalità, ma nella cultura occidentale, l’estetica comunemente accettata e introiettata fin dall’infanzia equivale all’armonia e alla sezione aurea fidiaca, dunque sì, per quanto la nostra mente voglia adeguarsi al senso comune del momento, sempre lì malandrina corre, all’insaccato.

 

Volendo metterla sul generale, nella moda occidentale e non, si assiste da un paio di stagioni a un imperioso ritorno dell’estetica Anni Ottanta con tutti i suoi errori e orrori, e cioè gli abitini arricciati in spandex iper-elasticizzato, le ruches alte sulle spalle, le spalline sovradimensionate e le strizzature uber alles. Che i jeans seguano un andamento apparentemente opposto nella linea non deve stupire, e questo per due ordini di motivi.

 

Il primo: credeteci o meno, voi che leggete questo pezzo e magari siete nati proprio fra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, in quegli anni il jeans elasticizzato, il cosiddetto “moulant” francese non esisteva, e noi paninari della prima ora indossavamo con orgoglio i jeans drittissimi, a vita alta e molto eleganti che un giovane Giorgio Armani vendeva in via Durini, nell’Emporio sormontato dal celebre logo dell’aquilotto che ora si vede, in dimensioni di poco superiori, all’aeroporto di Linate. Sul tema dello stone washed e degli infiniti lavaggi diversi di questi anni, andate a chiedere a Renzo Rosso con il quale, ogni volta, rivanghiamo i tempi pionieristici in cui infilò delle pietre pomici nella lavatrice, distruggendola ma dando anche vita a uno stile che ha fatto la sua fortuna. Noi ci strofinavamo sui muretti e i gradini di santa Maria delle Grazie: stone washed fai da te, nei pomeriggi di chiacchiere e cornetti Algida. Tutta l’aderenza e la morbidezza che oggi ci sembrano imprescindibili, motivo numero due, è data dall’inserimento fra le fibre di cotone di filamenti elasticizzati, cioè e sigh tendenzialmente non sostenibili, e/o dalla progressiva scomparsa del cotone a favore di fibre man made, anche sostenibili tipo il Tencel. Nessuno indosserebbe più, nemmeno sotto tortura e dopotutto un po’ lo era, un jeans nuovo di quell’epoca. Infine, e per tornare al tema della body positivity, vogliamo dirvi la ragione vera e ultima per la quale indosseremo nuovamente tutti il jeans morbido tanto elegante per il quale la Sueddeutsche Zeitung tanto si rallegra. Siamo ingrassati. Tutti, in media, portiamo addosso un paio di chili in più rispetto ai nostri coetanei di 35 anni fa, come ha dimostrato uno studio su scala mondiale condotto dall’Imperial College di Londra nel 2019: l’indice di massa corporea è cresciuto mediamente di 2 chili nelle donne e di 2,2 chili negli uomini, soprattutto nelle zone rurali. Dunque sì, potremo vantarci al tempo stesso di essere diventati eleganti nei modi e nello stile. Occultando i nostri chili.

ilgiornale : tutti

Uno schiaffo da 18,23 miliardi di yuan. O se preferite da 2,8 miliardi di dollari. O ancora 2,33 miliardi di euro. La Cina sanziona così il suo imprenditore più famoso, Jack Ma, fondatore e presidente di Alibaba, la più importante piattaforma di e-commerce del Paese, un colosso che nel 2019 ha fatturato 455,7 miliardi di yuan (58,2 miliardi di euro). La Samr, l’agenzia di Pechino che regola il mercato, ha stabilito che quella del colosso di Hangzhou è un eccesso di posizione dominante: Alibaba impedirebbe ai rivenditori di utilizzare altre piattaforme, ostacolando così la “libera circolazione delle merci”.

Una motivazione quanto meno bizzarra per un regime che da una paio di decenni ha adottato un sistema economico che plasma con un po’ di equilibrismo i canoni mercatocentrici del capitalismo con i teoremi del socialismo reale, ma che in questo caso si mostra ultraliberista. Un’ambiguità che si spiega con la volontà politica di affossare Ma, il quarto uomo più ricco di Cina e il ventiseiesimo del mondo secondo l’ultima edizione della tradizionale classifica dei paperoni stilata da Forbes. Il magnate dell’e-commerce è entrato in un cono d’ombra già qualche mese fa, in seguito a un discorso pronunciato a Shanghai il 24 ottobre 2020, nel quale criticò le autorità di regolamentazione cinesi, accusandole di essere nemiche dell’innovazione, intente solo a favorire i “club di anziani” e spingendosi a invocare una riforma del sistema finanziario attuale, “eredità dell’era industriale” e poco adatto alle nuove generazioni e alla tecnologia. Un manifesto che è costato caro a Ma, che dall’autunno è quasi scomparso dalle scene e da gennaio totalmente. Il suo understatement non è bastato a Pechino, che ha iniziato a perseguitarlo, dapprima sospendendo il debutto in borsa di Ant Group, la piattaforma finanziaria legata ad Alibaba ma da essa scorporata, i cui nuovi requisiti di quotazione erano stati considerati dalla borsa di Shanghai non idonei. Poi l’avvio dell’inchiesta per pratiche monopolistiche da parte di Alibaba, che era costato al colosso di Hangzhou un immediato deprezzamento delle quotazioni azionarie. Infine la supermulta comminata ieri, la più alta mai imposta in Cina, quasi tre volte più alta di quella che colpì il colosso delle telecomunicazioni Qualcomm nel 2015, pari a 975 milioni di dollari. Un salasso che la società di Ma ha apparentemente accettato con fair play, dichiarando su Weibo, il social network più seguito in Cina, di essere intenzionata a pagarla e promettendo di “operare secondo la legge con la massima diligenza”. Domani però i vertici di Alibaba diranno la loro nel corso di una conference call a questo punto molto attesa.

Naturalmente vedere nella supermulta un semplice attacco personale a Ma è necessario ma non sufficiente. Pechino ha da tempo avviato una stretta nei confronti del superpotere delle grandi società che agiscono in Rete, che stanno allargando gli ambiti di interesse dall’e-commerce a settori sempre più sensibili, come la finanza e i servizi sanitari. Alibaba e le sue sorelle sono entità che rischiano di diventare incontrollabili dal regime di Pechino, che a dicembre, nella Conferenza centrale sul lavoro, aveva ribadito la sua preoccupazione e il suo fastidio per l'”espansione caotica del capitale”. Molte altre società sono state colpite, tra le quali il servizio di messaggistica WeChat e la società di giochi Tencent Holdings, con multe da 500mila yuan. Bruscolini in confronto ai diciotto miliardi chiesti a Ma. Per un grande nemico ci vuole una punizione grande.

ilgiornale : tutti

Per aumentare esponenzialmente le vendite e la visibilità del proprio brand meglio affidarsi agli influencer. Lo sa bene Tod’s che, dopo l’annuncio dell’ingresso di Chiara Ferragni nel Consiglio di Amministrazione, ha visto le proprie quotazioni in borsa impennarsi di oltre il 10%. Un’operazione voluta fortemente dal patron Diego dalla Valle per avvicinare i giovani al marchio toscano e che ha fatto “gioco”, come si suol dire, anche all’imprenditrice digitale.

Tutti la vogliono, tutti la cercano: come influencer, testimonial o partner imprenditoriale. Tutto ciò che tocca o crea poi vende, che si tratti di ciabatte oppure uova di Pasqua firmate Ferragni. Ogni mossa dell’imprenditrice e moglie del rapper Fedez è studiata e calcolata per creare profitto. Basti pensare alla nascita della secondogenita Vittoria. Sold out il pigiama indossato in clinica nei giorni della nascita. Sito in tilt per la vendita delle linea baby con tutine per neonata di lusso (e cifre da capogiro) disegnate in onore della figlia. Ogni collaborazione della Ferragni aumenta la sua visibilità sui social network dove, solo parlando di Instragram, è seguita da 23 milioni di follower.

Un mondo quello del web che frutterebbe all’imprenditrice cremonese un fatturato da oltre 11 milioni di euro l’anno tra pubblicità e sponsorizzazioni varie in post, video e storie. Senza considerare il suo marchio di abbigliamento e accessori e il blog “The blond salad”, che insieme raddoppiano gli introiti. È lei l’influencer italiana più pagata di Instagram. Hopper HQ, popolare sito britannico di analisi e monitoraggio dei social media, ha pubblicato la “Instagram Rich List 2020” dedicata agli influencer più pagati di tutto il mondo. La prima italiana a comparire nella lunga lista è proprio Chiara Ferragni, al 65° posto, che guadagnerebbe 59700 dollari (circa 53mila euro) per ogni post o contenuto video pubblicato sul suo profilo IG. Una cifra che arriverebbe addirittura a 77mila dollari per alcune sponsorizzazioni, secondo il portale di valutazione Influencer marketing hub, che analizza il coinvolgimento dei follower nelle attività dei personaggi su Instagram.

In realtà un vero tariffario social non esiste. Ogni influencer, Chiara Ferragni per prima, conclude accordi e contratti di sponsorizzazione che possono far variare notevolmente il compenso finale. Ma i dati forniti da Hopper HQ non si discostano troppo dalla realtà e questo la dice lunga su come l’imprenditrice digitale debba tutto ai social networ. Dietro di lei nomi del calibro di Serena William, Gianluca Vacchi e Gordon Ramsey.

Il foglio : edito

Dicono che su certe chat riservate fra analisti, la cooptazione di Chiara Ferragni nel cda di Tod’s sia stata vissuta come una sorta di affronto nei riguardi dei tanti che sarebbero stati “più qualificati”. Non capiamo per che cosa (Diego Della Valle ha specificato di averla chiamata per la sua conoscenza del mondo dei giovani e per il suo impegno solidale, che ci pare siano entrambi fuori discussione), ma soprattutto non capiamo rispetto a chi. Nel paese degli sdraiati, una signora trentatreenne di bell’aspetto e raffinata abilità nel settore moda e affini che fattura qualcosa in più di 36 milioni di euro all’anno e ne ha raccolti oltre 4,5 a favore del reparto anti Covid dell’ospedale San Raffaele sarebbe meno qualificata a sedere nel cda di una multinazionale del lusso rispetto ai tanti consiglieri – ovviamente maschi perché avrete capito che lì andiamo a parare – che sedevano per esempio in Popolare di Vicenza, Autostrade o Montepaschi e di cui si è persa contezza senza mai aver peraltro avuto notizie del loro attivismo. Per fortuna, la Borsa non la pensa con la stessa spocchia dei nostri analistini con la schiscetta dell’invidia nello zainetto in luogo del bastone del comando, perché dopo l’annuncio della cooptazione, il titolo Tod’s ha guadagnato il 14 per cento, che ci sembra la migliore risposta. Dunque sì, ci pare non solo giusto e perfettamente lungimirante che Ferragni entri nel cda di Tod’s (a dimostrazione del fatto, se mai ce ne fosse bisogno, che Ferragni ha seguito un percorso di crescita vero e non ha fatto la fine che hanno fatto molte influencer della moda che si sono accontentate di mettere i propri follower al servizio di un reality show). Ci pare un ottimo esempio per le nuove generazioni, a cui forse interesserà sapere che nei consigli di amministrazione della moda italiana, nonostante la sua quinta posizione nel mondo per fatturato complessivo, sieda solo il 21 per cento di donne, contro il 43 per cento della Francia. 

ilgiornale : tutti

Le bandiere di Buckingham Palace sono a mezz’asta. I profili social della royal family listati a lutto. Il principe Filippo, a soli due mesi dal traguardo dei 100 anni, è morto, privando i Windsor di una colonna portante e la regina Elisabetta della sua “roccia”, come lei stessa definì il marito. Per il momento non conosciamo le cause della dipartita, ma vogliamo ricordare il principe Filippo raccontando alcuni aneddoti sulla sua vita intensa, lunga ben un secolo.

“Un re senza corona e senza scorta”, per parafrasare De André

Il principe Filippo era figlio del principe Andrea di Grecia e della principessa Alice di Battenberg. Suo nonno era il re di Grecia Giorgio I. La guerra greco-turca (1919-1922) costrinse la sua famiglia all’esilio, privando Filippo della patria natia. Non avrebbe mai ereditato il trono, visto che era membro di un ramo cadetto della famiglia regnante, ma l’esilio tra la Francia e l’Inghilterra, l’infanzia difficile con una madre ricoverata in un ospedale psichiatrico e la brillante carriera nella Royal Navy ne forgiarono lo spirito. Pensate che nel 1942, dopo aver raggiunto il grado di sottotenente, il principe Filippo fu assegnato alla HMS Wallace, che favorì lo sbarco degli Alleati in Sicilia.

Un amante dell’avventura

Il consorte di Sua Maestà ha sempre avuto un certo gusto per l’avventura e fin da giovanissimo ha praticato diversi sport. È stato un campione di polo, a cui si è dedicato fino ai 50 anni. Ha guidato 59 tipi di aeromobili in 44 anni di carriera, macinando ben 5986 ore di volo. Fu anche il primo membro della royal family ad arrivare fino al Circolo Polare Antartico. Il principe Filippo, però, non è stato solo un uomo di azione. Sapevate che ha scritto dei libri dedicati alla natura? Uno di questi si chiama “Birds of Britannia” (1962), ma potremmo ricordare anche un volume dedicato all’ambiente “Down to Earth” (1988).

Filippo gioielliere

Ebbene sì. Il duca di Edimburgo era un uomo piuttosto colto, curioso, dall’intelligenza vivace. Forse non ce ne siamo accorti del tutto perché lo abbiamo conosciuto soprattutto per le sue battute sopra le righe, lo abbiamo visto all’ombra di Sua Maestà. Invece la sua personalità versatile merita di essere riscoperta. Il duca si improvvisò perfino gioielliere, disegnando un braccialetto che donò a Elisabetta II come dono di nozze. Il gioiello venne ricavato da una tiara della principessa Alice. A quel tempo Filippo non aveva una grande disponibilità economica, ma seppe personalizzare e rendere unico il bracciale.

Un inglese che non amava il tè

Sebbene il principe Filippo fosse di origine greca si naturalizzò inglese, grazie anche all’aiuto dello zio materno Louis Mountbatten (fratello di Alice, la cui bisnonna era la regina Vittoria). Come ogni buon cittadino britannico che si rispetti avrebbe dovuto amare il tè, invece pare che non lo tollerasse affatto, preferendo di gran lunga il caffè nero.

Il caso Profumo

Forse i più giovani non ricorderanno lo Scandalo Profumo, ma si trattò di un vero e proprio terremoto politico nella Gran Bretagna del 1963, che coinvolse il Segretario di Stato Per la Guerra John Profumo. Una storia di spie sovietiche, di intrighi in cui venne fatto anche il nome del marito di Sua Maestà. Buckingham Palace ha sempre negato il coinvolgimento del principe Filippo, inorridendo al solo accostamento tra il nome di quest’ultimo e lo scandalo. In effetti non sono mai state trovate prove, non si è mai potuto capire davvero quale fosse (ammesso vi sia stato) il ruolo del duca. Si tratta di una questione tabù per la royal family. Ancora oggi.

La tribù di Vanuatu ha perso il suo “dio”

Il principe Filippo era considerato un dio dalla tribù del sud dell’Isola di Tanna, nell’arcipelago delle Vanuatu, nell’Oceano Pacifico. La popolazione ha dedicato un vero e proprio culto al duca, una religione chiamata “Prince Philip Movement”. Secondo la leggenda un uomo figlio del dio delle montagne sarebbe venuto a salvare queste genti e avrebbe sposato una donna potente. Quest’uomo sarebbe Filippo. Perché mai proprio lui? Non è dato saperlo. La tribù ha voluto riconoscere in lui i segni della divinità e lo invoca nelle cerimonie tradizionali, utilizzando anche un ritratto-reliquia che inviò loro proprio il principe. Ora che Filippo non c’è più il popolo ha perso il suo dio.

ilgiornale : tutti

Il grupp Tod’s a sorpresa ha annunciato un nuovo ingresso nel suo CdA. Un nome altisonante, più famoso che autorevole, sicuramente influente: Chiara Ferragni. L’imprenditrice digitale è a tutti gli effetti un membro del consiglio di Amministrazione del colosso imprenditoriale guidato da Diego Della Valle, che pare si sia speso in prima persona per far sì che si arrivasse a un accordo. Le ragioni di questa decisione sono state affidate a una nota dell’azienda: “Siamo certi che la conoscenza di Chiara del mondo dei giovani, unita all’esperienza dei membri del CdA., possa costruire un gruppo di pensiero dedicato a progetti focalizzati alla solidarietà verso gli altri, con forte attenzione al mondo giovanile che, mai come in questo momento, ha bisogno di essere ascoltato”.

La nomina, quindi, è avvenuta “intendendo sempre più importante occuparsi di impegno sociale, della solidarietà verso il prossimo e della sostenibilità nel rispetto dell’ambiente e del dialogo con le giovani generazioni”. Chiara Ferragni è già a capo di un piccolo impero imprenditoriale che, grazie alla sua influenza sui social, è diventata una realtà importante a livello globale. Il punto focale dell’attività di Chiara Ferragni al di là dei ben noti adv è lo sfruttamento del suo nome, ormai brandizzato, trasformato in icona dai milioni di seguaci in tutto il mondo, pronti a spendere cifre spropositate per un capo del suo marchio, che vale circa 40 milioni di euro. Dal comunicato Tod’s è chiaro che anche il colosso di Diego Della Valle voglia sfruttare il nome dell’influencer per avvicinare il pubblico giovane attraverso la forza social del capostipite dei Ferragnez. L’annuncio ha dato i risultati sperati e alle 11 del 9 aprile il titolo Tod’s in Borsa era in crescita del 5,9%.

“Ringrazio Diego Della Valle per la fiducia e il rispetto che ha nei miei confronti come donna e manager. Unirmi al gruppo Tod’s significa dare voce alla mia generazione con una delle eccellenze dell’Italia nel mondo”, ha commentato Chiara Ferragni subito dopo l’annuncio di Tod’s. In un mondo imprenditoriale in cui si cerca l’emancipazione e la parità dei sessi, valori per i quali l’influencer spesso si spende in discorsi dai contorni populisti, rimarcare che lei sia una donna appare quanto meno stonato. Si presume che un grande imprenditore come Diego Della Valle l’abbia scelta sulla base delle sue capacità e non del suo sesso. L’approdo di Chiara Ferragni in Tod’s apre a numerose riflessioni sulla figura dell’influencer, che grazie al suo seguito social viene ormai considerata una sorta di divinità onnisciente. Il nuovo re Mida ha le sembianze della cremonese, che con Instagram ha costruito il suo impero economico, venerato e osannato. Dalla politica all’imprenditoria, ormai le opinioni di Chiara Ferragni sono richieste ovunque. E guai a criticarla, si rischia il reato di lesa maestà.

Il foglio : economia

Santi, poeti e (gran) navigatori di pacchi. Nell’anno che, causa Covid, vede la logistica ai vertici degli interessi mondiali, ma anche di noi singoli che ormai ordiniamo a casa anche i panni per la polvere e guardiamo alle proteste dei dipendenti di Amazon per gli “insostenibili ritmi di lavoro” con partecipazione molto egoistica, il gruppo Kering, cioè la holding di Gucci, Balenciaga, Bottega Veneta e Pomellato annuncia in diretta mondiale l’apertura del suo più grande hub europeo in località Trecate, cioè a giusta ed equa distanza da Malpensa, Milano e Novara. Centosessantaduemila metri quadrati di area complessiva, circa ventidue campi da rugby, di cui una buona metà sono già operativi da marzo 2020; il resto dell’hub, costruito a tempo di record, entrerà in attività entro la fine del secondo semestre del 2021. Dunque, mentre la pianura padana focalizza in modo ancora più evidente la propria natura di centro di scambi e crocevia naturale di merci, diminuisce in modo sostanziale, per non dire esiziale, il peso del famoso hub del gruppo di sant’Antonino nei pressi di Lugano, i cui dipendenti, circa quattrocento di cui il 95 per cento transfrontalieri, sono rientrati in Italia. Ne resteranno poche decine, occupati in “attività specializzate”.

 

Per la municipalità di Novara, talmente entusiasta del progetto da aver dato due anni fa il permesso per i lavori prima ancora dell’arrivo della Via (la Valutazione dell’impatto ambientale che sì, confermano da Kering al Foglio, è ovviamente arrivata), si tratta di un’occasione inimmaginabile per ridare fiato a un’economia regionale molto meno ricca di quanto si creda, soprattutto verso il lago dove la mancanza di turismo ha messo in luce le molte pecche di una ripartizione di impiego squilibrata e della scarsa lungimiranza di province e comuni, fin troppo dipendenti dalle attività dei potenti albergatori.

 

Nell’immenso edificio Kering lavorano al momento più di 250 persone: la previsione è che il totale di dipendenti raggiunga una quota fra i novecento e i mille circa entro la fine del 2022. Il sito è gestito da Xpo Logistics, partner logistico di Kering di lunga data, che impiega forza lavoro locale per le attività̀ di magazzino. Come dice il managing director di Kering, Jean-François Palus, “stiamo trasformando la nostra rete logistica mondiale in Europa, America e Asia per diventare completamente omnichannel, aumentare in modo decisivo la rapidità delle consegne a beneficio delle nostre maison e dei loro clienti, e questa struttura è ̀un’ulteriore testimonianza dell’impegno di Kering in Italia: il gruppo continua a investire nel paese, non solo in termini di capacità ̀ artigianali e manageriali, ma anche in competenze e know-how logistico”.

 

Rispetto alla Svizzera, la capacità di stoccaggio del polo di Trecate è di otto volte superiore (fino a 20 milioni di pezzi), e migliorerà i tempi di consegna del 50 per cento. Insomma: meno magazzino, minori costi, maggiore sinergia fra i marchi del gruppo. Sul fronte dell’efficienza ambientale, il gruppo sottolinea che lo stabilimento sarà “dotato di uno dei più ̀ vasti sistemi di produzione di energia solare d’Europa, composto da pannelli fotovoltaici che, al completamento dell’edificio, forniranno un totale di 12,7 MWp, per un risparmio stimato di 7.500 tonnellate di CO2 l’anno. Il sito sarà, ̀inoltre, il primo complesso industriale in Italia a produrre più energia di quella consumata. L’elettricità in eccesso sarà reimmessa nella rete di distribuzione elettrica nazionale per essere utilizzata nei negozi Kering e nelle sedi aziendali in Italia”. Le polemiche locali della scorsa estate non erano state ovviamente molto gradite, da cui la puntigliosità su un tema che per Kering è dirimente (il patron François Henri Pinault è il promotore del “Fashion Pact” e il gruppo è posizionato fra le dieci aziende più sostenibili al mondo) e anche qualche specifica ulteriore: “Gli edifici riceveranno la certificazione Leed – Leadership in Environmental Design, grazie alla progettazione degli arredi interni e della struttura”. La pre-certificazione a livello platinum, il più elevato, è già arrivata. La Giunta può dormire sonni tranquilli.

 

Il foglio : moda

Heritage o “Eredità culturale”: la locuzione più usata quando si parla di Made in Italy. Ma in che cosa consiste, questa famosa “eredità”? E, soprattutto, come la si rende visibile, contemporanea, fruibile per un pubblico vasto e internazionale? Se ne parla oggi, 8 aprile, dalle 16 alle 17.30 (qui il link) durante il II Incontro del ciclo “Sulla nostra pelle. Dialoghi sulla Bellezza” promossi dal Master di Fashion Studies dell’Università di Roma “La Sapienza” e da UNIC – Concerie Italiane, con la collaborazione de “Il Foglio della Moda”, supplemento mensile del Foglio.

 

Che cosa c’entra la Regina Elisabetta con Pompei e la Silicon Valley? Connessioni (im)possibili di moda“,  il titolo dell’incontro, che si terrà in formula mista dall’hub Lineapelle di Palazzo Gorani, costruito sui resti della Milano romana, e da dove discuteranno a distanza con gli studenti internazionali del corso e gli ospiti Paolo Amato, presidente della centenaria maison di pelletteria milanese Leu Locati, che serve (anche) la Casa Reale inglese (sì, le borse che la Regina di Inghilterra usa come linguaggio in codice);  l’amministratore delegato di Assocalzaturifici Tommaso Cancellara; il Men’s Collection Visionary del gruppo Tod’s Michele Lupi, curatore del progetto no_code che lo ha portato ad approcciare il tema dell’evoluzione della cultura della comunicazione e a indagare nei segreti dello storytelling e della creazione dei miti in un viaggio on the road nella Silicon Valley con il fotografo Ramak Fazel.

Introdurranno l’incontro Fulvia Bacchi, direttore generale di UNIC che sta sostenendo per il parco Archeologico di Pompei il restauro della straordinaria conceria della Regio I, il più grande impianto artigianale per la lavorazione delle pelli rinvenuto nella città antica, e la coordinatrice del corso di Laurea Magistrale/Master in Fashion Studies, Romana Andò. Modererà l’incontro Fabiana Giacomotti, curatrice de “Il Foglio della Moda” e docente del corso. Ecco qualche anticipazione video sui contenuti:

 

L’intervento di Tommaso Cancellara

L’intervento di Michele Lupi

Maria Laura Iadanza presenta il restauro della straordinaria conceria di Pompei

Un giro nella pelletteria Leu Locati

il foglio : cultura

Che i social stiano cambiano la politica è una constatazione banale: il 2021 è cominciato con un tentato colpo di stato convocato su Twitter. Che un vecchio film con Spencer Tracy possa far capire dove stiamo andando è più sorprendente. Il film è Prigioniera di un segreto (Keeper of the flame) di George Cukor, 1942. Spencer Tracy – che il 5 aprile, peraltro, avrebbe compiuto 121 anni – è Stephen O’Malley, giornalista che intende scrivere la biografia di Robert Forrest, un miliardario ed eroe nazionale morto all’improvviso in un incidente stradale. O’Malley si intrufola nella villa di Forrest dove incontra Christine (Katharine Hepburn), la sua giovane vedova. Scoprirà (attenzione: spoiler! Sciò! Filate al prossimo paragrafo) che a provocare la morte di Forrest è stata Christine per impedirgli di fare un colpo di stato fascista in America, contando sul suo consenso personale e sull’esercito di boy-scout disposti a tutto per lui. (Per inciso, lo sceneggiatore del film è Donald Ogden Stewart, che nel 1941 aveva vinto un Oscar per Scandalo a Filadelfia, sempre di Cukor, e si era ispirato a Ernst Hemingway per il personaggio di Bill Gorton in Il sole sorge ancora, e naturalmente negli anni Cinquanta sarebbe finito nella lista nera del senatore McCarthy). All’uscita “Prigioniera di un segreto” provocò un casino, non solo nel Bureau of Motion Pictures (Bmp) e tra i repubblicani, ma perfino il capo della Mgm Louis B. Mayer uscì infuriato dal Radio City Music Hall dove si teneva la prima, dopo aver capito di aver prodotto un film che equiparava ricchezza e fascismo. 

 

Il film mi è tornato in mente dopo avere visto i post di Chiara Ferragni contro le scandalose inefficienze delle vaccinazioni in Lombardia e quelli di Fedez ed Elodie contro il rinvio voluto dalla Lega della discussione sul ddl Zan su omotransfobia e misoginia. Pur provando, lo ammetto, una certa soddisfazione, senso di rivalsa e solidarietà, mi sono chiesto come mi sarei sentito se non fossi stato d’accordo. Che cosa avrei pensato se a irrompere nella politica contando sul proprio potere social fosse stato un fanatico religioso nazista razzista sessista? Nell’epoca della disintermediazione i like assomigliano ai voti e il numero dei follower misura il consenso, quindi il potere, perché i follower sono in maggioranza persone interessate ad ascoltarti e inclini a crederti. Chiara Ferragni ne ha 23,2 milioni, più o meno quanti i voti sommati di Lega e Cinque stelle alle politiche del 2018; la cantante americana Ariana Grande 229 milioni, 69 in più del numero totale dei votanti alle ultime elezioni americane; il calciatore portoghese Cristiano Ronaldo 272 milioni, 260 volte gli abitanti del Portogallo.

 

Non sto dicendo, ovviamente, che Chiara Ferragni sia un pericolo per la democrazia italiana, come Robert Forrest lo era per quella americana nel film di Cukor. E neppure che, superata una certa potenza, si debba vietare a qualcuno di esprimersi o intervenire nella politica. Mi sto chiedendo se il digitale cambi qualcosa di essenziale nella struttura e nelle dinamiche della leadership e se ci sia differenza tra sostenitori, seguaci e follower. Certo, chi è famoso ha potere da sempre, anche prima di Internet. I mezzi di comunicazione di massa hanno ingrandito i confini della fama e regalato a singoli individui – Walter Cronkite, Elvis, John Lennon, Oprah Winfrey, Mike Bongiorno – un seguito che nessuno prima di loro si sarebbe sognato. Nel Novecento la visibilità è stata la misura della leadership anche per i grandi leader politici e religiosi. Non c’è differenza allora? Si tratta solo del mezzo su cui questa coincidenza tra fama e potere si esercita. O c’è qualcosa di più profondo? 

 

A me pare che una differenza ci sia: prima di Internet il potere fondato sulla visibilità si costruiva sempre all’interno di un sistema – un partito, una rete televisiva, una casa discografica – posava, cioè, sulla struttura di cui era frutto, che gli dava forza, ma al contempo quasi sempre lo limitava. Perfino il Papa è il frutto del Vaticano. Perfino Berlusconi – su cui in Italia abbiamo litigato per vent’anni – è stato il frutto delle televisioni da cui traeva il suo consenso. Oggi, invece, il potere di influenzare sembra essersi sganciato dalla struttura che lo sorregge: basta a se stesso e si presenta senza contrappesi per la prima volta nella storia, come se fosse virtualmente onnipotente. Può darsi che questa liberazione dalla struttura renderà più libero il gioco democratico, permettendo a chiunque abbia le idee di farsi ascoltare come se avesse anche i mezzi. Può darsi, invece, che si stia entrando in un gioco diverso in cui interessi e valori, politica e consumi – vaccinazioni lombarde, legge Zan e finale di Sanremo – si intrecceranno fino a essere indistinguibili fin quando in futuro, come nel Medioevo, il potere apparterrà a signorotti e signorotte digitali arroccate in cima ai propri follower. Ai post l’ardua sentenza.

il foglio : cultura

Che i social stiano cambiano la politica è una constatazione banale: il 2021 è cominciato con un tentato colpo di stato convocato su Twitter. Che un vecchio film con Spencer Tracy possa far capire dove stiamo andando è più sorprendente. Il film è Prigioniera di un segreto (Keeper of the flame) di George Cukor, 1942. Spencer Tracy – che il 5 aprile, peraltro, avrebbe compiuto 121 anni – è Stephen O’Malley, giornalista che intende scrivere la biografia di Robert Forrest, un miliardario ed eroe nazionale morto all’improvviso in un incidente stradale. O’Malley si intrufola nella villa di Forrest dove incontra Christine (Katharine Hepburn), la sua giovane vedova. Scoprirà (attenzione: spoiler! Sciò! Filate al prossimo paragrafo) che a provocare la morte di Forrest è stata Christine per impedirgli di fare un colpo di stato fascista in America, contando sul suo consenso personale e sull’esercito di boy-scout disposti a tutto per lui. (Per inciso, lo sceneggiatore del film è Donald Ogden Stewart, che nel 1941 aveva vinto un Oscar per Scandalo a Filadelfia, sempre di Cukor, e si era ispirato a Ernst Hemingway per il personaggio di Bill Gorton in Il sole sorge ancora, e naturalmente negli anni Cinquanta sarebbe finito nella lista nera del senatore McCarthy). All’uscita “Prigioniera di un segreto” provocò un casino, non solo nel Bureau of Motion Pictures (Bmp) e tra i repubblicani, ma perfino il capo della Mgm Louis B. Mayer uscì infuriato dal Radio City Music Hall dove si teneva la prima, dopo aver capito di aver prodotto un film che equiparava ricchezza e fascismo. 

 

Il film mi è tornato in mente dopo avere visto i post di Chiara Ferragni contro le scandalose inefficienze delle vaccinazioni in Lombardia e quelli di Fedez ed Elodie contro il rinvio voluto dalla Lega della discussione sul ddl Zan su omotransfobia e misoginia. Pur provando, lo ammetto, una certa soddisfazione, senso di rivalsa e solidarietà, mi sono chiesto come mi sarei sentito se non fossi stato d’accordo. Che cosa avrei pensato se a irrompere nella politica contando sul proprio potere social fosse stato un fanatico religioso nazista razzista sessista? Nell’epoca della disintermediazione i like assomigliano ai voti e il numero dei follower misura il consenso, quindi il potere, perché i follower sono in maggioranza persone interessate ad ascoltarti e inclini a crederti. Chiara Ferragni ne ha 23,2 milioni, più o meno quanti i voti sommati di Lega e Cinque stelle alle politiche del 2018; la cantante americana Ariana Grande 229 milioni, 69 in più del numero totale dei votanti alle ultime elezioni americane; il calciatore portoghese Cristiano Ronaldo 272 milioni, 260 volte gli abitanti del Portogallo.

 

Non sto dicendo, ovviamente, che Chiara Ferragni sia un pericolo per la democrazia italiana, come Robert Forrest lo era per quella americana nel film di Cukor. E neppure che, superata una certa potenza, si debba vietare a qualcuno di esprimersi o intervenire nella politica. Mi sto chiedendo se il digitale cambi qualcosa di essenziale nella struttura e nelle dinamiche della leadership e se ci sia differenza tra sostenitori, seguaci e follower. Certo, chi è famoso ha potere da sempre, anche prima di Internet. I mezzi di comunicazione di massa hanno ingrandito i confini della fama e regalato a singoli individui – Walter Cronkite, Elvis, John Lennon, Oprah Winfrey, Mike Bongiorno – un seguito che nessuno prima di loro si sarebbe sognato. Nel Novecento la visibilità è stata la misura della leadership anche per i grandi leader politici e religiosi. Non c’è differenza allora? Si tratta solo del mezzo su cui questa coincidenza tra fama e potere si esercita. O c’è qualcosa di più profondo? 

 

A me pare che una differenza ci sia: prima di Internet il potere fondato sulla visibilità si costruiva sempre all’interno di un sistema – un partito, una rete televisiva, una casa discografica – posava, cioè, sulla struttura di cui era frutto, che gli dava forza, ma al contempo quasi sempre lo limitava. Perfino il Papa è il frutto del Vaticano. Perfino Berlusconi – su cui in Italia abbiamo litigato per vent’anni – è stato il frutto delle televisioni da cui traeva il suo consenso. Oggi, invece, il potere di influenzare sembra essersi sganciato dalla struttura che lo sorregge: basta a se stesso e si presenta senza contrappesi per la prima volta nella storia, come se fosse virtualmente onnipotente. Può darsi che questa liberazione dalla struttura renderà più libero il gioco democratico, permettendo a chiunque abbia le idee di farsi ascoltare come se avesse anche i mezzi. Può darsi, invece, che si stia entrando in un gioco diverso in cui interessi e valori, politica e consumi – vaccinazioni lombarde, legge Zan e finale di Sanremo – si intrecceranno fino a essere indistinguibili fin quando in futuro, come nel Medioevo, il potere apparterrà a signorotti e signorotte digitali arroccate in cima ai propri follower. Ai post l’ardua sentenza.

ilgiornale : tutti

Non ci sono “prove nuove” alla base dell’istanza di revisione presentata da Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, consumatosi nella villetta al civico 8 di via Pascoli, a Garlasco, il 13 agosto 2007. Così la Cassazione, condividendo quanto sostenuto dalla Corte d’appello di Brescia, spiega il motivo per cui lo scorso 19 marzo, ha rigettato il ricorso presentato da Laura Panciroli, legale del 34enne.

La richiesta del pool difensivo

A giugno del 2020, l’avvocato Laura Panciroli, legale di Alberto Stasi, aveva annunciato a mezzo stampa di aver formalizzato la richiesta di revisione della sentenza a carico del suo assistito, già recluso nel carcere di Bollate per il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione. ”È stata depositata una articolata richiesta di Revisione della sentenza che ha condannato a 16 anni di reclusione Alberto Stasi per la tragica morte di Chiara Poggi”, aveva spiegato il legale precisando di avere in pugno ”nuovi elementi” che avrebbero scagionato il giovane da ogni indizio di colpevolezza. ”Sono stati individuati e sottoposti al vaglio della competente Corte di Appello di Brescia elementi nuovi, mai valutati prima, in grado di escludere, una volta per tutte, la sua responsabilità. – aveva proseguito – Le circostanze su cui era basata la sua condanna (le stesse, peraltro, sulle quali era stato prima, ripetutamente, assolto) sono ora decisamente smentite . Si è sempre dichiarato innocente e in molti hanno creduto che la verità andasse cercata altrove. Ora ci sono elementi anche per proseguire le indagini”.

Quattro mesi dopo, alla data del 10 ottobre 2020, la Corte d’Appello di Brescia si era espressa in merito alla richiesta del pool difensivo. La decisione era stata perentoria e insindacabile: ”Nessuna revisione della sentenza”. Per il collegio giudicante non vi erano elementi significativi in grado di provare l’estraneità di Stasi alla tragica vicenda. ”Gli elementi fattuali che si vorrebbero provare con le prove nuove non sono stati comunque ritenuti idonei a dimostrare, – scriveva la Corte – ove eventualmente accertati, che il condannato, attraverso il riesame di tutte le prove, debba essere prosciolto, permanendo la valenza indiziaria di altri numerosi e gravi elementi non toccati dalla prove nuove”.

Il “no” della Cassazione e le motivazioni

Il 19 marzo del 2020, la prima sezione penale della Cassazione aveva confermato, in via definitiva, la pronuncia della Corte d’Appello di Brescia. Secondo gli ermellini non vi erano “elementi nuovi” per riaprire il dibattimento. La richiesta di revisione da parte del pool difensivo di Alberto Stasi, faceva capo ad alcuni reperti che non erano stati valutati nelle altre sedi processuali. In particolare, i legali del 34enne avano alle impronte presenti sul dispenser di sapone in bagno, dei capelli sul lavandino, e alcune circostanze relative a una testimonianza che non erano mai state oggetto di indagine. Ma per i giudici della Cassazione, il carico probatorio prodotto dagli avvocato di Stasi non era tale da minare la sentenza di condanna definitiva per omicidio volontario emessa il 2 dicembre 2015.

Le impronte sul dispenser e i capelli

Nella sentenza depositata oggi dalla prima sezione penale, la Suprema Corte ha subito snocciolato la questione relativa alle tracce sul dispenser di sapone, rilevando che “da una parte la convinzione dei giudici del rinvio dell’avvenuta pulitura del dispenser dopo che l’assassino si era lavato le mani derivava anche da ragionamenti di tipo logico discendenti da nuove emergenze probatorie, dall’altra era stata valorizzata la posizione delle impronte di Stasi sul dispenser e il dito coinvolto per dedurre che le impronte fossero state lasciate dopo il lavaggio delle mani, del lavandino e del dispenser stesso; il tutto nella consapevolezza che sull’oggetto fosse presente il dna di Chiara Poggi e che, quindi, il lavaggio non aveva reso l’oggetto totalmente immune da tracce”: per questo, “non si può ritenere che i giudici non avessero presenti le condizioni del dispenser”. Dunque, Stasi resta in carcere.

Il foglio : moda

In seguito all’inchiesta sulla sostenibilità nel settore della moda, pubblicata sul numero uno del “Foglio della Moda” giovedì primo aprile 2021, ci risponde la Federazione dei Verdi (FdV)

 

Il settore della moda in Italia vale molto di più dell’1,2 per cento del pil, in rapporto ai 71,1 miliardi di fatturato del 2019: la moda per noi è sinonimo di qualità, di ricerca, di cultura, di tradizione; è un settore virtuoso che, tra mille difficoltà legislative, normative, burocratiche, cerca di attuare quella transizione ecologica per ora più dichiarata che praticata dalla politica. È tempo che il governo e ancor più l’Unione europea si facciano carico di promuovere leggi chiare, che consentano alle aziende di essere sostenibili e di ridurre la propria impronta ambientale. 

 

Quello della moda è il secondo settore industriale più inquinante al mondo ed è responsabile del 10 per cento delle emissioni globali di carbonio, più del totale del traffico aereo e del trasporto marittimo globali assommati. La produzione di poliestere provoca emissioni annue di gas serra equivalenti a quelle di 180 centrali a carbone: se non si interverrà in fretta si prevede che tali emissioni potrebbero raddoppiare entro il 2030.

 

Ma non si tratta solo di emissioni di CO2: i tessuti sintetici, derivati dal petrolio, rappresentano un pericolo per la salute delle acque e dei mari a causa della microplastica rilasciata. Per contro, anche alcuni i tessuti naturali hanno spesso un impatto molto pesante sull’ambiente: si pensi all’enorme consumo di acqua delle piantagioni di cotone o agli allevamenti intensivi per la produzione della lana. A tutto ciò si aggiunge un problema sociale, di diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, che devono essere tutelati più di quel che attualmente avvenga.

 

Non ci rassicura il fatto che l’Ue abbia affidato tramite bando ad un’associazione, la Sustainable Apparel Coalition, composta da 250 aziende della moda mondiale tra le quali vi sono quelle del fast fashion, economicamente molto potenti e spesso meno incentivate di altre a subire severe norme sull’economia circolare e sull’utilizzo di materiali sostenibili, l’incarico di mettere a punto entro il 2022 le proposte per attuare il green deal nel settore della moda.

 

Più confortante è il fatto che il Parlamento europeo abbia adottato, anche grazie a una serie di risoluzioni proposte dal gruppo dei Verdi Europei, una relazione sul nuovo piano d’azione per l’economia circolare che prevede la tracciabilità, la circolarità, la sostenibilità dei prodotti dell’industria tessile. Inoltre la Commissione Ue sta lavorando per adottare misure tese alla riduzione del consumo dei vestiti a favore di una maggiore qualità e durevolezza dei materiali e si è impegnata a rendere pubblica entro l’autunno di quest’anno una strategia in materia di prodotti tessili sostenibili. A tale proposito auspichiamo che venga tenuta in considerazione una richiesta alla Commissione presentata da Elonora Evi, eurodeputata dei Verdi Europei, e firmata da altri 52 europarlamentari, a sostegno dell’appello di 70 organizzazioni della società civile, che chiede che venga rivista l’intera filiera del settore tessile al fine di ridurre i danni ambientali e sociali da essa provocati.

 

Insomma, la strada è aperta ma, se nel 2050 dovremo essere carbon neutral, le azioni da intraprendere sono ancora molte sia in Europa che in Italia e dovremo agire senza perdere altro tempo.

 

*Elena Grandi è co-portavoce della Federazione dei Verdi

panorama

Un’eroina in fuga ma anche una madre che lotta per sé e per suo figlio, sconfiggendo i suoi nemici con l’inaspettata sapienza di una «guerriera». È un’inedita Vittoria Puccini – alle prese con inseguimenti, sparatorie e fughe rocambolesche – la protagonista de La fuggitiva, l’action thriller tutto al femminile in onda da lunedì 5 aprile su Rai1, che racconta la storia di una donna dal passato misterioso: accusata della morte del marito, riesce a sfuggire all’arresto e da latitante comincia una complica indagine per scoprire la verità sull’omicidio dell’uomo. Ecco tutto quello che c’è da sapere sulla fiction diretta da Carlo Calei.

La fuggitiva, tutto sulla nuova serie con Vittoria Puccini

La vita di Arianna Comani (Vittoria Puccini) viene sconvolta quando suo marito Fabrizio, assessore all’urbanistica di un piccolo comune dell’hinterland torinese, viene ucciso. Tutte le prove sono in apparenza schiaccianti tanto che la polizia la incrimina e nello stesso momento una donna si presenta in commissariato rivelando di essere stata l’amante di Fabrizio, facendo così supporre che il movente sia dunque la gelosia. Pochi istanti prima dell’arresto, Arianna – una mamma di famiglia apparentemente irreprensibile – riesce a far perdere le sue tracce seminando gli inquirenti con un’abilità quasi militare. La fuggitiva è una coproduzione Rai Fiction e Compagnia Leone Cinematografica ed è diretta da Carlo Carlei che firma anche soggetto e sceneggiatura con Salvatore Basile, Nicola Lusuardi, Alessandro Fabbri e Federico Gnesini.

Il passato misterioso di Arianna

Ma dietro la fuga di Arianna si cela un mistero che risale a trent’anni prima, quando la sua famiglia venne sterminata durante una rapina nella loro villa, che finì male e di lei si persero le tracce per molto tempo: la donna ricomparve dieci anni dopo, insieme a un gruppo di profughi scampati alla guerra in Bosnia e venne accolta in una casa famiglia da una suora laica, suor Donata (Daniela Morozzi). Arianna, profondamente traumatizzata, parlò e rivelò la sua vera identità solo dopo mesi e a quel punto il migliore amico e socio di suo padre, l’avvocato e senatore Feola (Maurizio Marchetti), si fece avanti e la adottò, commosso per averla ritrovata. Cosa ne è stato di Arianna in quei dieci anni di buio?

Le anticipazioni e il cast della fiction di Rai1

La fuga di Arianna è dunque solo l’inizio di un’avventura al cardiopalma: da un lato scappa dalla polizia, dall’altro indaga per scoprire chi ha davvero ucciso Fabrizio. Intano Marcello, giornalista di cronaca locale, è determinato a cercare la verità e si domanda perché Ariana sia stata incriminata così in fretta dagli inquirenti: il tono dubbioso del suo articolo, così diverso da tutti gli altri, è il motivo che porta la fuggitiva a presentarsi un giorno alla sua porta. Lei è innocente, è vittima di un complotto e lui deve aiutarla. Oltre a Vittoria Puccini, nel cast de La fuggitiva ci sono Eugenio Mastrandrea nel ruolo del giornalista Marcello Favini, Pina Turco in quelli dell’irreprensibile poliziotta Michela Caprioli, mentre Sergio Romano è il Commissario Berti.

La Puccini e quell’incidente sul set de La fuggitiva

Per la prima volta Vittoria Puccini debutta in un ruolo molto diverso dal solito, che ha richiesto un grande lavoro fisico per entrare nella parte, tra combattimenti, azioni dinamiche e sparatorie preparati con gli stunt. La scena più pericolosa che Vittoria Puccini ha girato è stata di notte proprio per una sparatoria: «Mi sono fatta male, mi sono distratta e per fuggire ho perso l’equilibrio, sono scivolata sul brecciolino. Sono imprevisti possibili, abbiamo comunque portato a termine la scena. Il giorno dopo ero sul set», ha rilevato l’attrice, fresca della candidatura dei David di Donatello come miglior attrice per 18 regali.

Il foglio : moda

Per la nota regola secondo la quale le battute migliori arrivano quando fra intervistato e intervistatore si è ai saluti finali, prima di chiudere la nostra conversazione, il costumista Massimo Cantini Parrini dice che “quando arriverà il mio momento” vorrebbe essere sepolto con tutti i suoi libri, i suoi bibelot e i quattromila vestiti della sua collezione, “come Tutankhamon”. Possiede un rarissimo abito in raso nero e disegni geometrici della Wiener Werkstatte di Emilie Floge e Gustav Klimt, che l’antiquario milanese da cui lo acquistò aveva scambiato per un Poiret (“figurarsi, i Poiret si trovano facilmente”), un abito femminile da cerimonia della metà del 1.600, tinto di azzurro indaco e completo di corpetto, gonna e sottogonna, e appunto infiniti altri esemplari d’epoca o contemporanei per i quali, in caso ne possedeste uno davvero prezioso, è capace di prendere il treno o l’aereo fra un’ora per raggiungervi, con l’autocertificazione già pronta. 

Il suo preziosissimo archivio, che ora vorrebbe catalogare come merita, e cioè con professionisti del mestiere, è il primo deposito a cui faccia riferimento per i film a cui collabora. Non compra mai capi danneggiati: niente bruciature, macchie, muffe forse e solo se ne valga davvero la pena, cioè siano cancellabili e il capo di valore museale. Da ragazzino, trascorreva giornate intere alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti sognando il momento in cui avrebbe posseduto una collezione altrettanto preziosa; conserva il suo patrimonio, accuratamente riposto su carta non acida, avvolto in usse di tessuto, fra le case di Firenze, dov’è nato, e di Roma, dove lavora. L’idea di doversene separare è uno dei grandi crucci della sua esistenza. Come molti altri, anche il nuovo candidato italiano ai premi Oscar del 26 aprile, per i costumi del “Pinocchio” di Matteo Garrone, si è goduto parecchio questi successivi lockdown, sfruttandoli per quello che sono, oltre la loro natura di misure di sicurezza sanitaria, e cioè magiche occasioni per studiare e immergersi nei troppi libri acquistati accumulati negli anni e solo sfogliati per gli impegni eccessivi: la nostra aspettativa di lettura supera tragicamente la nostra aspettativa di vita. 

“Non sta bene dirlo, ma solo chi non ha interessi si è annoiato in questo anno di clausura forzata”, dice, con la soave crudeltà dell’intellettuale

“Non sta bene dirlo, ma solo chi non ha interessi si è annoiato in questo anno di clausura forzata”, dice, con la soave crudeltà dell’intellettuale che il suo tono di voce, molto musicale e soffice, per contrasto rafforza. Quando, qualche settimana fa, lo chiamammo per complimentarci della nomination, primo italiano candidato per un film italiano dopo molti anni (le grandi doppiette risalgono a tempi di Federico Fellini e Piero Gherardi), se ne uscì con un “viva l’Italia” che sapeva un po’ di circostanza e molto di ironia. Dice che ci sbagliavamo: “E’ stata una grandissima sorpresa, una cosa enorme a cui non ero preparato”. Vorremmo credergli, ma se c’è qualcuno che avrebbe dovuto essere pronto per la chiamata da Los Angeles, quello è lui. Oltre al palma rès nazionale da record (quattro David di Donatello vinti in cinque anni per “Il racconto dei racconti”, “gli Indivisibili”, “Riccardo va all’inferno”,

“Pinocchio”, e attualmente è candidato per “Miss Marx”), lo scorso anno Cantini Parrini ha vinto in rapida successione l’European Film Award per “Dogman” ed è entrato a far parte dei membri italiani dell’Academy Award, insieme con Pierfrancesco Favino, il direttore della Mostra del Cinema di Venezia Alberto Barbera, le registe Cristina Comencini, Maria Sole Tognazzi e Francesca Archibugi, oltre a un manipolo di montatori, animatori, truccatori  e alla collega Nicoletta Ercole, simpaticissima e volitiva signora che nel 2017  fece il grande gesto d’amore di trasformarsi in produttrice del documentario diretto da Anselma Dell’Olio su Marco Ferreri, regista di riferimento della sua lunga carriera: insieme vinsero un David di Donatello l’anno successivo. Nell’ambiente, Cantini Parrini è noto come “il divo” e non potrebbe essere altrimenti, con quella faccia da attore del cinema muto che “chiama” la macchina da presa, gli occhi chiari e ombreggiati da ciglia lunghissime modello Rodolfo Valentino, e certi piccoli vezzi e ostinazioni da star, compresa una vaghezza sull’anagrafica che a noi, in realtà, non interessava affatto, ma che ci è stato precisato essere “molto confusa e sbagliata” su tutti i siti in cui si scrive di lui. 

Studia Moda e costume da quando acquistò il primo vestito della sua collezione, a tredici anni: “Ero convinto di aver scovato un tesoro”

In qualunque punto del cammin di vita sua si trovi, Cantini Parrini ci è arrivato comunque compiendo tutti i passi giusti. Nipote di una sarta, Silvana Giovannoni, che collaborava con la storica sartoria fiorentina Mazzolini della famiglia di Marco, produttore e regista, è stato studente dell’Istituto d’Arte di Porta Romana, lo stesso dove Piero Tosi si formò con Ottone Rosai, poi del Polimoda e infine, perché passare da un ateneo onusto di gloria alla fin fine serve, dell’Università di Firenze. Studia Moda e costume da quando acquistò il primo vestito della sua collezione, a tredici anni: “Ero convinto di aver scovato un tesoro. Solo con gli anni ho capito che non era niente di che”. Ricerca, letture (“molto Flaubert, molto Palazzeschi, purtroppo dimenticato”) e volontà di ferro, che è il motivo per cui Tosi lo prese sotto la sua ala, prima di consigliarlo come collaboratore a Gabriella Pescucci, di cui è stato a lungo assistente.

Con Alessandro Lai, costumista di riferimento di Ferzan Ozpetek e della Luxvide, di cui ha firmato anche il “Leonardo” di sceneggiatura sconclusionata ma oggettivamente molto ben vestito ora in onda su Raiuno, Cantini Parrini era anche uno dei pochi a tener testa a Tosi, che invece di adontarsene si divertiva moltissimo ai suoi no e alle sue precisazioni: con i suoi occhi da seduttore, Cantini Parrini arrivava carico di libri, di riferimenti storici, di riproduzioni di quadri, pronto alla battaglia, e ribadiva che avrebbe fatto “non come vuole lei, maestro”, ma come riteneva meglio. “Massimo andrà lontano”, finiva sempre per concludere Tosi, e infatti l’ha nominato nel suo lascito testamentario di cui è esecutore, come scrivemmo qualche mese fa sul Foglio, lo stesso Lai.

“La mia prima ispirazione per i personaggi dell’oltretomba della favola è stata la Cripta dei Cappuccini di Palermo”

Insomma, avete capito da quale scuola di costume e di pensiero provenga Cantini Parrini: da quella filologica, non opposta ma diversa rispetto a quella di libera ricostruzione dei Gherardi, dei Donati, dei Poggioli o di Ellen Mirojnick con i 7.500 costumi realizzati per il serial di Netflix “Bridgerton” che, pur cafoni e inverosimili quanto si vuole (i busti portati a pelle sono un agghiacciante falso storico), hanno però riportato all’attenzione del mondo il ruolo e il valore dei costumisti, perfino come influencer. Costruire un personaggio fittizio è infatti più vicino al mestiere di stylist delle attrici di quanto si creda (dopotutto, che cosa sono i social come Instagram o TikTok se non puro storytelling?), e quindi la generazione dei Cantini Parrini si è trovata all’improvviso al centro di un interesse che, fino a dieci anni fa, non esisteva. Lui affronta il momento d’oro partendo, naturalmente, da poderose ricerche storiche: in particolare “buttandomi nei musei”. Un po’ l’avevamo intuito: alcuni dei suoi ultimi film sembrano uscire direttamente dalla National Gallery e il Musée d’Orsay. Per “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli, quando lo vedemmo alla Mostra del Cinema di Venezia del 2020, ci parve evidente il riferimento al tardo Ottocento inglese, orientalista e certamente colonialista, ma anche ricco di gusto e di intelligenza nella sua presunta “appropriazione culturale”. Non avevamo invece capito, e Cantini Parrini ce lo svela adesso, il riferimento agli anni Settanta del Novecento nei maglioni girocollo indossati da Romola Garai sotto agli scialli paisley. “Li ho rubati a mia madre, femminista dei suoi tempi come la figlia di Marx lo fu dei propri. Mi piaceva l’idea di creare un ponte estetico e intellettuale fra donne di due epoche diverse”. Per “Pinocchio” la ricerca è stata ovviamente diversa, ma così estesa e multiforme da indurre il Museo del Tessuto di Prato, istituzione meritevole che nei giorni scorsi ha presentato il restauro dei costumi della prima assoluta di “Turandot”, fortunosamente ritrovati dagli eredi nel baule della soprano pratese Iva Pacetti, a dedicare loro una mostra e un catalogo dove è stata stampata anche la summa del Cantini Parrini-pensiero: “Vivo nella storia e il presente è già passato; al futuro non penso e forse non mi piace”. 

Per “Pinocchio”, Cantini Parrini ha guardato ai Macchiaioli, con le campiture dense e i forti contrasti di luce, ma anche alle illustrazioni della prima edizione del 1883, di Enrico Mazzanti per la Libreria Felice Paggi e che Carlo Lorenzini – Collodi – scelse personalmente, e della successiva, opera di Carlo Chiostri per Bemporad. “Nonostante le molte letture cinematografiche e televisive, nessuno aveva ancora lavorato in profondità su quelle due prime interpretazioni del burattino”, dice, osservando che Garrone gli aveva chiesto di aiutarlo a realizzare “un film per bambini”. Sarà perché a noi Pinocchio ha sempre fatto molta impressione, con la sua drammatica lettura della condizione di indigenza dell’infanzia contadina ottocentesca, (non a caso, Cantini Parrini ha evitato la ricostruzione del “cappellino di mollica di pane”, convinto che un vero papà Geppetto si sarebbe ben guardato dallo sprecare il cibo) non sappiamo quanto i bambini di oggi abbiano capito del lavoro, o se l’abbiano visto davvero. Il mondo che racconta è lontano anni luce da quello in cui la maggioranza di loro vive, e nel quale i genitori tendono a racchiuderli, proteggendoli. I costumi, eccezionali nella loro consistenza al tempo stesso materica o pittorica, reale e astratta, sono stati però il motivo per cui siamo arrivati fino ai titoli di chiusura del film, senza andarcene a metà visione con il cuore gonfio di pena. 

Per “Pinocchio” ha guardato ai Macchiaioli, con le campiture dense e i forti contrasti di luce, ma anche alle illustrazioni dell’edizione del 1883

Più che da Pinocchio, unico personaggio vestito simbolicamente di un bel rosso carminio, vivo e vitale e puro, siamo stati colpiti dalla strabordante umanità di mezze calze e mezze tinte, che si mostra crudele e predatoria anche quando è solo antropomorfa come Gatto e Volpe: Cantini Parrini li ha vestiti con abiti aristocratici, ma usati e logori, secondo il parallelismo fra abito e morale che si ritrova fra i personaggi della Comédie Humaine di Balzac e in genere della narrativa ottocentesca. La lezione di Tosi ci è parsa invece evidente nel personaggio della Fata Turchina, la Catherine Earnshaw della letteratura italiana con la sua vocina sottile, le mani candide e il “faccino di cera”: la veste di garza medicale con la collaretta e le ampie maniche, abilmente slamata, che le ha fatto cucire Cantini Parrini, ci ha ricordato l’abito da sposa che il premio Oscar creò, con lo stesso materiale inconsueto, per Isabelle Huppert “Dama delle camelie” nel 1981 e che ora è conservato nell’archivio storico della Sartoria Tirelli, autrice dei costumi del “Pinocchio” insieme con un’altra celebre sartoria romana, Peruzzi.

 

“In realtà, la mia prima ispirazione per i personaggi dell’oltretomba della favola è stata la Cripta dei Cappuccini di Palermo: quegli abiti intrisi di polvere, fissati in un tempo metafisico, sempre sul punto di dissolversi un una nuvola di polvere”, dice il costumista, che spiega di trovare “decisamente più facile” lavorare sul costume storico, perfino per un film “che tocca tre momenti diversi della storia dell’abito come il ‘Racconto dei racconti’”, rispetto a quello contemporaneo. Anche perché, lascia intendere, se sulla rilettura storica difficilmente un attore interviene, sull’abito del quotidiano, dell’oggi, tutti hanno da dire la loro, oppure vogliono sperimentare in prima persona. “‘Dogman’ mi ha tolto il sonno”.

Il foglio : moda

Siamo sicuri che la Cina sia interessata alla moda sostenibile? Sul primo numero del nuovo inserto mensile “Il Foglio della Moda”, oggi e ogni primo giovedì del mese in edicola, l’antropologa Simona Segre Reinach, professore associato all’Università di Bologna e grande esperta di globalizzazione della moda, smonta qualche stereotipo nella rubrica “Fashion Discourse”. Qui ne parla con la curatrice Fabiana Giacomotti

affaritaliani : economia

Dalle intercettazioni depositate dalla Procura di Genova guidata da Franco Cozzi, nei vari filoni del procedimento avviato dopo il crollo del Ponte Morandi appare un quadro chiaro della situazione. Un ritratto autentico lo forniscono, alcune conversazioni registrate dalla Guardia di finanza, discorsi proferiti da membri della famiglia o dagli uomini a loro più vicini (tutti, precisiamo, non indagati), a partire dal top manager Giann

Il foglio : moda

La battaglia in corso per la difesa del made in Italy contro le imprese del fast fashion è una questione (ancora una volta) europea e si giocherà entro il 2022 a Bruxelles. Nord contro sud, seta, lino e lana contro poliestere e plastica. Sembra facile, ma non lo è, perché sul contenuto di Co2 gli allevatori di pecore rischiano di trovarsi a malpartito e i derivati del petrolio in ottima posizione. E’ il tema dell’inchiesta del primo numero de “Il Foglio della Moda” e la curatrice Fabiana Giacomotti, intervista il presidente di Camera Nazionale della Moda Carlo Capasa, sulle insidie del PEF – Product Ennvironmental Footprint – che rischia di costarci carissimo.

Il foglio : moda

Da domani mattina e ogni primo giovedì del mese, insieme con il Foglio troverete l’inserto “Il Foglio della Moda” curato da Fabiana Giacomotti: quattro pagine più quattro su tema monografico, una strepitosa tavola di Makkox, molte illustrazioni e progetti fotografici speciali, molti convegni e interviste diffuse via social, ma soprattutto la moda raccontata attraverso i temi cari al Foglio – cioè politica, cultura, industria – con la formula del network: ci affiancano nell’impresa associazioni e università, oltre a grandissimi e inattesi ospiti, perché è dalle combinazioni inaspettate che nascono le idee.

ilgiornale : tutti

La nascita della secondogenita di Chiara Ferragni e Fedez si sta trasformando in un vero e proprio business. Ad una settimana dal parto, infatti, l’imprenditrice digitale sta riscuotendo un grande successo commerciale con la vendita di due nuove linee di abbigliamento dedicate a mamma e figlia. Prima il pigiama indossato dopo il parto andato esaurito in poche ore, poi la linea da neonata lanciata sul sito poco dopo la nascita di Vittoria e già oggetto di critiche per i costi eccessivi.

Il lancio della capsule collection dedicata alle neonate è avvenuto in concomitanza con la nascita delle seconda figlia dell’influencer e del rapper Fedez. Vittoria Lucia Ferragni si è così trasformata nella più giovane modella e influencer del web. Nelle sue prime foto social, infatti, la piccola ha indossato i vari modelli disponibili sull’e-commerce del brand di Chiara Ferragni. Dettagli che hanno catturato l’attenzione dei follower e le vendite hanno subìto una vera e propria impennata.

A scatenare la polemica, però, è stata l’ultima foto pubblicata da Chiara Ferragni sul suo profilo Instagram. L’immagine della neonata con indosso una tutina in maglia di cashmere e lana venduta sul web a 295 euro. Un prezzo considerato da molti eccessivo e “fuori portata” e che ha infiammato le critiche: “Questa tutina sta quasi 300 euro….. Ho fatto tutto il corredino con questa cifra”, “Bellissima, la tutina però non si può comprare per noi comuni mortali”, “295 euro per una tutina che si userà per poco tempo? È una follia”, “300 euro è eccessivo, roba da pazzi”.

Prezzi decisamente sopra la media e non solo per la tutina in cashmere, ma per tutta la collezione composta da quattro tutine da neonata e una cuffietta in cotone con prezzi a partire da 44 euro (per il cappellino) fino a 295 euro. Cifre da capogiro che sul web hanno scatenato commenti ironici e polemici, come già era successo in occasione del sold out del pigiama logato Chiara Ferragni da lei indossato il giorno dopo il parto. Il completo rosa, venduto a 159 euro, in sole ventiquattro ore è andato fuori produzione, facendo gridare allo scandalo il popolo dei social. “Come sfruttare economicamente una nascita”, avevano sentenziato alcuni puntando il dito contro Chiara Ferragni.

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Il foglio : moda

Fine febbraio, sms di verifica, e non all’ufficio stampa che in Ferragamo è efficientissimo, educatissimo e competente ma assomiglia molto agli uffici “stoppa” dei bei tempi andati: “Scusa, mi risulta che ci siano dei grossi cambiamenti in corso, soprattutto all’ufficio creativo. Confermi? Possiamo parlarci?”. Silenzio. Tre settimane fa, incontriamo il signore in questione in via Montenapoleone, a Milano. Parliamo di salute; la sua. Svicola. Quando, tre settimane fa, vediamo la messe di interviste video al direttore creativo Paul Andrew sui siti di alcuni quotidiani, pensiamo di esserci sbagliate. L’ultima collezione non è certo allegra, non capiamo bene a chi siano destinati tutti quei vestiti in pelle che una giovane non vorrebbe e non potrebbe comunque permettersi e che una signora non vorrebbe parimenti perché di solito mira a sembrare più giovane e quei vestiti non la aiutano a raggiungere lo scopo, ma insomma se c’è tanto sostegno per Andrew, ex designer di scarpe promosso alla direzione dell’abbigliamento da un paio di anni, un motivo ci sarà.

 

E invece avremmo dovuto ricordare che la famiglia Ferragamo, elegantissima e di bell’aspetto, si muove esattamente come i de’ Medici: ti carezzano con la stessa mano con cui ordinano il tuo esilio. Per cui, quando hanno iniziato a girare le prime voci serie sull’uscita del direttore creativo, e sul ritiro del presidente Ferruccio Ferragamo, ci siamo detti che certi silenzi andrebbero davvero presi come conferme, anche se la società in questione è quotata e dunque la cautela è d’obbligo. In estrema sintesi, le cose stanno così: conclusa entro maggio la nuova collezione, la pre-spring 2022, Andrew lascerà l’incarico, mentre il prossimo cda del 22 aprile ratificherà l’uscita di Ferruccio Ferragamo e la nomina del fratello minore Leonardo – proprietario dei leggendari cantieri Nautor Swan da qualche anno riuniti nella holding SaWa, che controlla le sue proprietà personali – alla presidenza del gruppo di famiglia. Secondo indiscrezioni di BoF, dovrebbe uscire anche Giovanna, mentre uno dei figli di Ferruccio, James, dovrebbe assumere nuovamente delle cariche all’interno del gruppo.

 

 

Entreranno in consiglio tre membri indipendenti, fra cui Marinella Soldi, ex media executive di Discovery, presidente della Fondazione Vodafone, mentre resteranno inalterate le cariche di Micaela Le Divelec Lemmi, amministratore delegato, e soprattutto di Michele Norsa, vicepresidente esecutivo, richiamato a Palazzo Spini Feroni poco più di un anno fa, dopo averne guidato le sorti per un decennio e gestito l’ingresso in Borsa nel primo decennio Duemila. Da molti anni, e in particolare dalla scomparsa della straordinaria capostipite Wanda Ferragamo, nel 2018, l’azienda è oggetto di voci di cessione talmente regolari che ormai nessuno vi fa più caso. Di sicuro, però, e non solo a causa della congiuntura, che ha portato nell’ultimo bilancio a una perdita record di 62 milioni di euro, peggior performance da dieci anni, con vendite scese del 33 per cento a 916 milioni di euro, è da tempo che nel settore ci si domanda come l’azienda, che ha una storia meravigliosa e potenzialità immense, non riesca a districarsi dal nodo gordiano in cui si è, ahinoi autonomamente, avvinta. Avemmo un’ulteriore riprova di quanto forte fosse stretto, questo nodo, quando assistemmo alla prima visione del docufilm di Luca Guadagnino “Ferragamo, the shoemaker of dreams” all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

 

 

Guadagnino non è mai stato nei nostri cuori, ma non conosciamo alcun cineasta, nemmeno pubblicitario, che avrebbe intervistato tutti, e intendiamo tutti, gli eredi Ferragamo, persino i nipoti che parlavano del nonno per sentito dire, trasformando un film in teoria piacevole, ricco di documenti anche visivi importantissimi sulla Hollywood degli Anni Venti, in un collettivo di ricordi sparsi lungo due ore da cui i critici iniziarono a uscire dopo i primi quaranta minuti. Una di loro, la più brava di tutte e dunque sapete bene chi sia, ci inchiodò la sera sul lungomare: “Ma li ha intervistati pro quota?”. Nessuno vi scriverà mai quel che stiamo per scrivervi noi, ma la verità è che se i Ferragamo riuscissero a marcare un po’ meno stretto il loro marchio, se sapessero affidarsi davvero e di comune accordo al team di manager eccezionali che hanno in casa, forse le cose potrebbero ancora cambiare, e lo spettro della vendita non si farebbe sempre più vicino. Quando pensiamo all’incredibile carica di innovazione che Salvatore Ferragamo riuscì a imprimere non solo alla propria, ma alla moda mondiale, alle straordinarie soluzioni tecniche e di stile delle sue calzature, viene da domandarsi come sia possibile che quella carica non sia riuscita a rimanere inalterata, anzi ad arricchirsi, fino a oggi, come meriterebbe.

 

Di certo, non è bastata a garantire il rilancio la linea di borse “Studio” di Andrew, pure osannata dalla critica: l’azienda perde terreno da quasi sei anni. Di quel noioso docufilm, ci è rimasto però impresso un racconto di Leonardo Ferragamo sul padre: disse che poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dove avrebbe peraltro rischiato di perdere tutto, inventò dei rifugi antiaerei molto sofisticati. Ne mostrò anche il disegno. L’avremmo scambiato per un progetto di Canova. Ecco, quel lampo di genio, quella capacità di capire lo zeitgeist senza dimenticare quello originario, è quello che manca al marchio Ferragamo. Manca il guizzo del genio.

ilgiornale : tutti

La storica intervista che Lady Diana rilasciò alla BBC nel 1995 sarebbe stata estorta in maniera subdola dal giornalista Martin Bashir, l’uomo che raccolse la testimonianza della principessa sul suo matrimonio “affollato”, come lo definì lei stessa. Ricorderete che nei mesi scorsi i tabloid riportarono la notizia secondo cui Bashir avrebbe convinto Lady Diana a raccontare tutti i dettagli sulla sua vita a corte presentando al conte Spencer, fratello della principessa, dei documenti falsi. Si tratterebbe di estratti conto bancari che certificavano un pagamento, effettuato dai servizi di sicurezza britannici, a due dipendenti di palazzo in cambio di informazioni riservate sulla moglie del principe Carlo.

La BBC, sostenuta dal conte e dal principe William, dichiarò di voler andare in fondo alla faccenda, aprendo un’inchiesta interna. Arrivano proprio ora i primi risultati dell’indagine, riportati dal Daily Mail, che scoprono il classico vaso di Pandora. Pare, infatti, che Lady Diana accettò di rilasciare l’intervista dopo aver esaminato anche una ricevuta sanitaria fasulla da cui risultava che la tata di William e Harry, Tiggy Legge-Bourke, aveva abortito. Cosa c’entra la nanny Tiggy con l’intervista alla BBC? Moltissimo. Lady Diana, infatti, era gelosissima della donna. La considerava impeccabile, perfetta, tutto ciò che lei non era.

Diana si specchiava in Tiggy e vedeva tutti i suoi presunti difetti come moglie e madre. Un’ossessione e, come tale, deleteria. La principessa si era persino convinta che la nanny avesse una relazione con il principe Carlo. Davanti a lei Diana si scopriva, a torto, una perdente. C’era anche un’altra idea che le girava in testa senza lasciarla mai in pace: l’erede al trono voleva ucciderla per essere finalmente libero di sposare Camilla. Bashir avrebbe fatto leva sulle fragilità psicologiche di Lady Diana, sulle sue fissazioni per instillare in lei il dubbio che il presunto bimbo mai nato di Tiggy fosse di Carlo.

Addirittura Diana, completamente soggiogata da queste insinuazioni prive di fondamento, durante una festa si sarebbe avvicinata a Tiggy e le avrebbe sussurrato: “Allora mi dispiace aver saputo del bambino”. Dopo questo episodio la storia del presunto flirt tra Carlo e la tata sarebbe divenuta un chiodo fisso per Lady Diana, al punto da richiedere l’intervento della regina Elisabetta. Sua Maestà incaricò il suo segretario privato (nonché cognato di Diana) Sir Robert Fellowes, di verificare i fatti. Non solo. Martin Bashir avrebbe calcato la mano, presentando i documenti falsi, nel momento in cui si sarebbe reso conto che Diana non era più così sicura di voler concedere l’intervista.

Mancava solo una settimana al giorno concordato per le incredibili rivelazioni e il giornalista avrebbe fatto qualunque cosa pur di non perdere il suo scoop. A far emergere questa condotta manipolatoria è stato proprio Charles Spencer, che avrebbe presentato Bashir alla sorella ed era presente il 19 settembre 1995, quando i due si incontrarono per parlare della possibilità di un’intervista. Il conte avrebbe annotato ciò che disse Bashir in quell’occasione e il materiale sarebbe ora al vaglio di Lord Dyson, giudice in pensione della Corte Suprema a cui è stato affidato il caso. Dyson ha già interrogato 17 testimoni, ma l’inchiesta non è ancora conclusa. Molti dei misteri che si celano dietro l’intervista del 1995 a Kensington Palace stanno per essere svelati.

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Da quando il virus ha scardinato da monte a valle l’intera filiera produttiva della moda, i Ceo più avvertiti e i designer più talentuosi hanno operato una rotazione a 180 gradi delle loro strategie. Si sono innanzitutto messi in ascolto di ciò che sta accadendo tra la fascia demografica degli under 40: Millennial e GenZ, che a partire del 2025 costituiranno oltre il 52 per cento dei consumatori nel mondo. I più numerosi e ottimisti dislocati in Asia, seguiti da quelli che vivono negli Stati Uniti, poi a lunga distanza – tanto per ottimismo che per numero – quelli europei.

Una tendenza recentemente emersa in questo gruppo, è stata battezzata “Cottagecore”, l’estetica di una vita bucolica. Le sue ragioni vanno ricercate in quel che è successo a partire dal marzo 2020. Se indossare la stessa felpa tutto il giorno con il sandalo Birkenstock e il calzino di ordinanza è stato per molti l’apice della moda da quarantena, il Cottagecore ha dalla sua anche il feeling eco-chic che è tipico delle confraternite createsi online. Nato tra gli adolescenti o poco più che ventenni, è poi divenuto una proposta pervasiva ovunque: nelle boutique del lusso, negli store del fast fashion, ma soprattutto nelle piattaforme e-commerce specializzate nell’after market. 

Nell’universo incantato del Cottagecore (togliete alla moda un sogno e la moda non esiste più) non ci sono cellulari che suonano continuamente, non c’è WhatsApp, né compaiono email di lavoro inviate da un capo tirannico. Il Cottagecore tenta di alleviare il burnout opponendogli un languido godimento di compiti banali come occuparsi di un piccolo orto o far crescere i semi piantati nei vasi sul davanzale di casa. Chi non ha sognato di abbandonare le città a favore della campagna durante questa pandemia? 

Eppure è attraverso la tecnologia che si è diffuso. Cottagecore ha proprie community su Tik Tok, Instagram e Tumblr con account dedicati alla sua estetica casalinga e utenti che sfoggiano scatti dei loro giardini. Il suo hashtag rivela un diluvio di increspature, volant, stratificazioni, punto smock e ricami.

E poi c’è il lavoro all’uncinetto. Tra marzo e luglio 2020, la ricerche online a questo proposito sono aumentate di quasi il 500 per cento. Un coloratissimo cardigan patchwork da 1.250 sterline di JW Anderson (che disegna oltre alla sua etichetta anche il marchio Loewe) ha catturato l’immaginazione dei fruitori di TikTok (41 per cento di età compresa tra 16 e 24 anni) noto per ospitare sfide ispirate ad hashtag come #PoseChallenge e #ChaChaWorkout. Gli utenti hanno iniziato a ricreare l’indumento in maglia color arcobaleno di Anderson che era stato indossato dal cantante Harry Styles (con i One Direction, 50 milioni di copie vendute) durante una prova per la sua performance in un programma televisivo della NBC lo scorso febbraio. #HarryStylesCardigan da allora ha accumulato oltre 330.000 visualizzazioni. 

Un fenomeno destinato a esaurirsi in poco tempo nell’oceano del web? L’accadimento può essere stato fugace, ma il feeling per questo tipo di “artigianato” ha continuato a crescere. Siamo stati in tuta tra le mura di casa per mesi? Al boom dello streetwear si è affiancato quello dell’homewear. 

Manca la socialità, mancano magari i soldi? Le offerte non mancano mai. Per esempio il kit per farsi in casa un tie-dye personale. A questo riguardo va notato che il mood degli under 40 premia tanto l’individualità che la preoccupazione per la crisi ambientale in corso: è quanto emerge dall’ultima ricerca al riguardo di McKinsey.

Se fare i vestiti da sé poteva apparire appannaggio di una di nicchia numericamente insignificante sino a poco tempo fa, su YouTube e TikTok i tutorial hanno poi cominciato a proliferare. Ad oggi l’hashtag #tiedye è stato visto milioni di volte su TikTok e su l’e-tailer Depop ci sono più di 57mila articoli #tiedye. 

La moda istituzionale (chiamo così tanto quella legata ai grandi marchi del lusso che del fast fashion) non è rimasta a guardare. Durante l’ultima tornata di sfilate (iniziata a New York lo scorso 12 febbraio e conclusasi a Parigi il 14 marzo) è emersa con chiarezza una nuova sensibilità tra i designer più giovani e talentuosi. Marine Serre (francese, anni 29) ha dato vita a una collezione soprannominata Core e l’ha presentata con un sito web dove appare la cronaca di tutto ciò che riguarda il suo lavoro e la sua vita personale: compresi amici, parenti e bambini. Un wormhole virtuale integrato in ciascuna delle scene permette di entrare nella storia del capo lì indossato, dove appaiono gli atelier di produzione con il team del marchio intento a dare nuova vita a capi confezionati con tessuti di riciclo.

L’americana Gabriela Hearst a New York ha presentato la linea che porta il suo nome, dallo scorso anno balzata alla ribalta per la sua netta inclinazione ambientale. A Parigi, da questa stagione, è stata chiamata a disegnare il marchio Chloé che non è una qualsiasi start up, appartiene al super gruppo del lusso Richemont (tra gli altri Cartier, Van Cleef & Arpels, Alaïa…): una scelta del genere da parte di una finanziaria come questa è molto più di un semplice segnale.

Una nuova e più ampia coscienza green, l’accelerazione verso l’online, lo stravolgimento di molte delle consuetudini a causa della pandemia: insieme costituiscono una combinazione di forze che stanno spingendo la moda e il modo in cui pensiamo ai vestiti in una nuova direzione. 

Anche per questo il “resale”, “second hand” o “after market” (come lo si voglia definire) ha rapidamente raggiunto uno sviluppo sufficiente per concentrare i marchi del lusso sulla ricerca di nuove modalità, per “costringerli” a lavorarci attraverso collaborazioni, investimenti in player specializzati o iniziative dirette. 

Di recente è anche nato un magazine dedicato, Display Copy, che ha debuttato online e in edicola il 22 ottobre scorso. A prima vista è una rivista di moda come altre, in realtà è senza precedenti perché in Display Copy non si trova un solo outfit “nuovo”: ogni capo è vintage e ha un prezzo accessibile. Sul sito, alla voce “shop”, appaiono le indicazioni su dove acquistare: includono luoghi fisici come l’Esercito della Salvezza o piattaforme e-commerce come Etsy o eBay. Display Copy è apparso con un tempismo perfetto. Se già da tempo GenZ e Millennial non si fanno scrupolo ad acquistare l’usato è facile prevedere che la tendenza sfonderà pure tra Gen X e persino tra i Boomer più sofisticati.

Un esempio che esemplifica bene quanto questo “usato” sia lontano dal “poverismo” degli anni 70 è la recente iniziativa dell’azienda di orologi di lusso Richard Mille. Qui – dove l’entry price per un pezzo è di 70 mila euro sono apparse tre boutique dedicate esclusivamente ad orologi di seconda mano. A Tokyo, a Singapore e nell’esclusiva Mayfair di Londra. Altri marchi stanno invece lavorando con siti web specializzati nell’after market: Gucci come Burberry e Stella McCartney con The RealReal. Balenciaga, Versace, Chloe e Alexander McQueen sono presenti su Goat.

L’after market di abbigliamento, calzature e accessori rappresenta attualmente una cifra globale valutabile intorno ai 40 miliardi di dollari, ma è previsto che crescerà al ritmo del 20 per cento nei prossimi cinque anni. La sua crescita online ha già raggiunto il 69 per cento tra il 2019 e i primi due mesi del 2021. E così l’attenzione della finanza si è accesa anche sull’inglese Depop, la francese Vestiaire Collective o le californiane Thredup e Poshmark.

StockX, che ha sede a Detroit, ha raccolto investimenti per 275 milioni di dollari nel dicembre del 2020, Goat ha ricevuto un investimento dal Groupe Artémis (azionista di controllo di Kering) a gennaio del 2021, mentre sempre a gennaio, al suo primo giorno di negoziazione a Wall Street, Poshmark ha chiuso ad oltre il 140 per cento rispetto al prezzo di quotazione, a 7,5 miliardi di dollari. L’investimento, che valuta Vestiaire Collective oltre 1 miliardo di euro, comprende anche la società statunitense Tiger Global Management che si è affiancata agli azionisti già esistenti, tra cui l’editore Condé Nast, il fondo di private equity Eurazeom e la francese Bpifrance. Vestiaire Collective è la prima piattaforma europea specializzata in questo genere di rivendita, ma l’investimento in questo caso è visto soprattutto come un esperimento per migliorare la comprensione delle dinamiche della rivendita del lusso di seconda mano, in particolare per quanto riguarda il comportamento di Millennial e consumatori Gen Z, esperti di digitale e attenti all’ambiente. Per questo Kering (oltre a Gucci, Saint Laurent, Balenciaga, Bottega Veneta…) ha scelto questo e-tailer per una partnership che fornisce un acceso privilegiato ai suoi marchi.

Di certo siamo innanzi al cambiamento più radicale occorso al fashion da molti anni a questa parte. Lavorare con cose già esistenti senza buttare sempre tutto, reinventarle, utilizzando tecnologia e design, apre nuovi orizzonti intellettuali ed estetici. È questo che dovrebbe essere preso seriamente considerazione nelle scuole dove si insegna moda a coloro che dovrebbero diventare i protagonisti del futuro.

L’articolo After market e Generazione Z, la moda si è messa in ascolto e non è più la stessa proviene da Linkiesta.it.

panorama

L’amicizia del principe inglese Carlo, la stima «per il signor Armani», la fede nei valori green. E quella volta che andò a cena dal miliardario Bill Gates portandogli un regalino… Il fondatore di Yoox si racconta a Panorama.


Più delle tante interviste rilasciate a prestigiosi giornali e siti internazionali, c’è una conversazione leggera e profonda, breve e sincera, che di Federico Marchetti svela molto, a cominciare da una sua predisposizione d’animo «non banale», per dirla con il neurologo Oliver Sacks. Si tratta della gratitudine. Ovvero della riconoscenza verso tutti quelli che per amicizia, per business, per fiuto o per caso hanno creduto in quel trentenne bocconiano con master alla Columbia, che nel 1999 era alla ricerca di soldi, anzi capitali, per far nascere il suo progetto di business e di vita: vendere la moda griffata online, su Yoox, la start-up che vedrà la luce nel 2000. In quegli anni, di piattaforme di vendita via web ce n’erano ben poche. Di moda, poi, nessuna. Anzi, non c’erano ancora né Facebook né l’iPhone Ad aiutarlo fu Elserino Piol, come si apprende dal breve dialogo custodito nelle Stories di Instagram (vera biografia di Marchetti) dedicate ai Venti anni e venti amici di Yoox.

Elserino Piol, classe 1931, è un personaggio straordinario, cresciuto nella factory di Olivetti, dove da semplice programmatore di macchine a schede perforate diventa vicepresidente fino al ’96, quando lascerà per dedicarsi completamente al venture capitalism e al finanziamento delle start-up. Sua grande missione ancora oggi. Era stato proprio Piol a far incontrare l’a.d. Carlo De Benedetti con Steve Jobs e Steve Wozniak: questi chiesero a Olivetti di investire un milione di dollari nella loro start-up in cambio del 20 per cento, e De Benedetti rispose: «Non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare».

Non reagì allo stesso modo Piol quando lei gli presentò il progetto di Yoox…

No, al contrario ne capì subito le potenzialità. Come dice lui stesso in quella chiacchierata su Instagram, «vide una prateria nella quale piantare molti alberi» e così mi diede un milione e mezzo di euro, che erano tre miliardi di lire. Era stato colpito, racconta, dalla mia personalità ma soprattutto dal business plan: su Yoox avremmo venduto non le nuove collezioni ma quelle degli anni precedenti. Era questa la novità, per lui. In realtà, col tempo, pensando al discorso della sostenibilità, al fatto che non ci sono più le stagioni e alla questione dei rifiuti, l’idea di Yoox è diventata un modello di business.

Ragionando di tecnologia, lei tira sempre in ballo la sostenibilità. È un credo del momento frutto delle mode o c’è sempre stato?

Il focus sull’argomento è iniziato nel 2008 quando inaugurai l progetto cui diedi il nome di Yooxygen: non si trattava solo di introdurre capi di moda sostenibile, ma di far diventare green l’intera azienda. Riguardava le auto ibride per tutti i manager, il packaging sostenibile, l’eliminazione delle bottiglie di plastica. Insomma un vero cambiamento aziendale, in anticipo sui tempi. Quando poi ho fuso Yoox con Net-a-porter mi sono accorto, per fortuna, che noi italiani eravamo molto più avanti rispetto agli inglesi. Così, dal 2015, anno della fusione, al 2020 ho esportato lì le nostre pratiche virtuose. Dopo tre anni, nel 2018, ho commissionato a uno degli architetti più quotati in materia, sir Nicholas Grimshaw, la progettazione del nuovo Tech hub del gruppo a Londra, fatto tutto di legno e con circa 2.500 piante.

Allineati quindi italiani e inglesi sulla via della sostenibilità.

Certo, poi nel 2020 è nata Infinity, una visione di 10 anni, fino al 2030. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo per toccare quattro punti essenziali: quelli della Circular Culture, del Circular Business, del Planet Positive e del People Positive. Sono tutti collegati e ciascuno di questi obiettivi ha un tempo di realizzazione. Per esempio, per il Planet Positive dobbiamo raggiungere il 100 per cento di energia rinnovabile per tutti i nostri edifici entro il 2021, cosa che tra poco annunceremo anche con un po’ di anticipo. Per la Cultura circolare, dobbiamo lavorare sul fatto che avendo un miliardo di visitatori all’anno e 15 milioni di follower sui social media, possiamo tracciare una strada. È importante che si diffonda la cultura della circolarità delle cose, senza sprechi e che si educhino le persone a non buttar via dopo una stagione i capi acquistati. People Positive, invece, riguarda le tematiche di diversità e inclusione: due termini un po’ troppo abusati, ma noi siamo andati sul concreto a cominciare dal numero di donne presenti in azienda, giusto la metà nei posti di management e pagate allo stesso modo degli uomini, cosa molto rara nel panorama italiano. Nell’ambito della tecnologia, invece, tra i circa mille e 600 ingegneri, noi abbiamo il doppio delle donne rispetto alla media della Silicon Valley.

Come ha conosciuto il principe Carlo?

L’ho incontrato per la prima volta nel 2018 quando venne a visitare il Tech hub per curiosità, per capire qualcosa di tecnologia e perché voleva conoscere chi, durante la Brexit, avesse osato investire a Londra. Da lì è nata una scintilla di empatia: lui mi ha parlato delle sue scarpe che aveva da 20 anni e che erano ancora bellissime, mentre io gli ho raccontato di alcuni abiti che posseggo da tempo. Abbiamo quindi condiviso questo filone dell’alta qualità trasferibile di padre in figlio.

L’ha trovato noioso come appare dalla fiction The Crown?

Al contrario è simpaticissimo, abbiamo riso molto. Quelli erano forse altri anni. Adesso è una persona con cui è bello confrontarsi, aperta e vicina ai giovani come ho avuto modo di notare durante il periodo di condivisione del progetto The Modern Artisan. In Scozia ha creato – mi verrebbe da dire – una comune, ma forse sarebbe meglio parlare di laboratorio, che coinvolge diversi ragazzi, ex disoccupati, in progetti di diversa natura. E devo dire che sembra un posto felice. Non solo, dopo il successo di The Modern Artisan, di cui stiamo avviando la seconda edizione, i ragazzi italiani e quelli scozzesi hanno trovato lavoro in brand come Max Mara, Off White oppure hanno avviato le loro start-up.

La formazione in Italia è carente?

Quella digitale sicuramente. Noi insieme alla Fondazione Golinelli di Bologna, che rappresenta l’eccellenza in Italia sul piano dell’educazione digitale, abbiamo avviato 10 mila studenti all’apprendimento del coding, cioè della programmazione informatica. Quando Vittorio Colao mi chiamò, nella primavera 2020, per dare il mio contributo alla famosa task force di cui si è tanto parlato, il mio unico contributo, in mezzo a molte persone che discutevano di ridurre le tasse e aumentare gli incentivi, è stato quello di promuovere l’educazione e la formazione giovanile, partendo dalla distribuzione di computer, uno per famiglia. Inoltre, mi sono appassionato, in quest’ultimo anno, all’attività di mentorship per ragazzi di Paesi in via di sviluppo, ai quali ho dato consigli sulle strategie necessarie per fare impresa. Abbiamo condiviso contatti e risultati, evitando anche qualche insuccesso imprenditoriale.

«Com’è buono lei»… avrebbe commentato Paolo Villaggio

Non è bontà, è quasi un’attività di give back, forse. Io sono partito veramente da zero: mio padre era capo magazziniere della Fiat di Ravenna, mia madre, una telefonista della Sip. Ero senza una lira, con ambizioni europee autoalimentate da me stesso. Quindi mi sento in questa situazione di restituire ciò che ho avuto in questi anni sia a livello di esperienze sia di conoscenze. E insegnare mi aiuta.

Quindi farcela non è un questione di soldi?

No, né di ambiente sociale. Sta tutto nella determinazione. Anzi, concordo con Bill Gates che non vuole lasciare tutto ai figli perché devono farcela da soli. Avere troppo erode l’impegno.

Lei è stato un secchione, non è vero?

A scuola sono sempre stato mostruosamente bravo, ma mi sono anche sempre divertito. Sia a Milano che a New York, dove forse ho imparato più dalla città che alla Columbia.

Cosa l’ha colpita di Bill Gates?

La sua cultura. L’ho incontrato solo una volta a una cena a casa sua. Io mi sono presentato, da italiano educato, con un regalo. L’unico con un pacchettino in mano a casa di un miliardario.Era il cofanetto di Amarcord di Fellini da poco restaurato: lui l’ha subito riconosciuto e mi ha parlato di Fellini. Poi mi ha mostrato il Codice di Leonardo che ha in casa. Mi colpì questo binomio tra tecnologia avanzatissima e cultura umanistica.

Perché in Italia con la cultura non si fanno i soldi?

Siamo stati bravi a vendere il made in Italy, ma non la cultura. Basti pensare che Il cenacolo vinciano ha solo 4 mila follower. Bastava chiamarlo The last Soupper e ne avrebbe avuti 4 milioni. La cultura è un motore di sviluppo incredibile non ancora esplorato.

Tra le tante cose è anche consigliere indipendente di Giorgio Armani Spa. Che rapporto ha con lo stilista?

La storia con il signor Armani è una storia di sentimenti. Uno dei valori per me più importanti è quello della riconoscenza. Me lo ha inculcato molto bene mia mamma. Lei ancora oggi ringrazia e manda regali a chi ci ha dato una mano. Sono riconoscente al signor Armani perché è stato uno dei primissimi a credere in me vendendo i suoi prodotti su Yoox come test e dandomi così il la. Cosa fondamentale, perché la partenza è cruciale. Tra noi c’è un rapporto di stima reciproca e di fiducia. Credo ciecamente in lui.

Che fine ha fatto il suo team iniziale?

Il team è oggettivamente tutto. Il one man show degli anni Settanta oggi sarebbe impensabile. Da soli non si riesce a far niente. All’inizio Yooxera un laboratorio creativo di persone appassionate e coraggiose. Un gruppo anarchico, molti sono rimasti con me per 20 anni e hanno partecipato al progetto economico: dopo la quotazione in Borsa nel 2009 e l’acquisizione da parte del gruppo Richemont, sono stati distribuiti più di 300 milioni di euro a circa 200 persone. Quindi il valore creato è stato anche ridato. Come è giusto che sia.

Perché ha elogiato così tanto Mario Draghi?

In questi anni, il fatto di non avere competenze era considerato un valore, ma era un’offesa per chi ha sudato e fatto sacrifici per raggiungere una posizione. Con Draghi c’è un ritorno al merito e alla consapevolezza che le cose bisogna saperle fare. Chi non è in grado, vada via.

Che effetto le fa la parola povertà?

Quello di un pugno nello stomaco. Di un’ingiustizia insopportabile.

ilgiornale : tutti

È accaduto tutto nel giro di mezz’ora, nella tarda serata di ieri, intorno alle ore 21. Due uomini, D. R., 39 anni, e C. C., 29enne, entrambi pregiudicati di Sant’Antimo, nel Napoletano, hanno sottratto un Rolex, sotto minaccia della pistola, a G. G., 25 anni, incensurato, figlio di un uomo con precedenti per traffico di droga. Il furto è avvenuto in via San Rocco, a Marano di Napoli. I due rapinatori si sono avvicinati con lo scooter alla Smart del 25enne, intimandogli di consegnare il prezioso orologio, prima di fuggire. La vittima, a quel punto, ha inseguito i ladri, per centinaia di metri, speronandoli in via Antica Consolare Campana, in prossimità di Villaricca. Nel violento impatto i rapinatori hanno perso la vita. A indagare sono i carabinieri della compagnia di Marano, i quali sono stati allertati dai residenti.

Nella notte G. G. si è recato in caserma per raccontare la sua versione dei fatti, ed è ancora sotto interrogatorio da parte del pubblico ministero. Sul luogo dell’impatto sono stati ritrovati alcuni bossoli, un orologio e una pistola. La zona, comunque, non ha un sistema di videosorveglianza comunale. Qualche telecamera, però, è installata all’esterno delle poche abitazioni che si affacciano sul luogo dell’impatto tra la Smart bianca e lo scooter. Nelle prossime ore gli inquirenti potrebbero acquisire proprio i filmati registrati, con ogni probabilità, dagli impianti installati in zona.

Come riporta il quotidiano Il Mattino, poco meno di un anno fa, sempre in quel punto della città, due motociclisti tentarono un analogo colpo in un distributore di carburanti. Anche in quell’occasione i rapinatori furono inseguiti per chilometri e raggiunti al corso Mediterraneo, in pieno centro cittadino. Uno dei due malviventi fu percosso brutalmente; l’altro invece riuscì a darsi alla fuga. Furono esplosi anche alcuni colpi d’arma da fuoco. Marano, da diversi anni ormai, è diventata una delle mete più ambite dalle bande di rapinatori del Napoletano, sia dell’hinterland giuglianese sia della vicina Scampia. Anche i furti di autovetture, e talvolta negli appartamenti, sono ormai all’ordine del giorno.

panorama

Il film che Ridley Scott sta girando a Milano con protagonisti Adam Driver e Lady Gaga evoca l’incredibile vicenda dell’omicidio di Maurizio Gucci da parte dell’ex moglie Patrizia Reggiani. Tra depistaggi, cartomanti, informatori, improbabili killer. Ecco la ricostruzione fatta da un giornalista di Panorama che su questa storia ha scritto un libro.


Il regista ordina il ciak, e le telecamere inquadrano Lady Gaga e Adam Driver, Al Pacino e Jeremy Irons. Dall’omicidio sono trascorsi 26 anni, e le strade del centro di Milano si aprono al cast stellare di House of Gucci, il film che vuole raccontare la storia nera del re della moda, Maurizio Gucci, e di Patrizia Reggiani, l’ex moglie che ordinò di ucciderlo. Ma nemmeno il genio immaginifico di un Ridley Scott potrà rendere la sconvolgente sequenza di colpi di scena della saga dei Gucci. Nessun film riuscirà a raccontare gli amori e gli odi, il lusso sardanapalesco e le miserevoli ripicche, i calcoli machiavellici e le incongruenti ingenuità di quella storia.

Patrizia Reggiani, che nel 2001 la Cassazione ha condannato a 26 anni di carcere come mandante dell’omicidio, commissionato a un’improbabile banda di quattro dilettanti del crimine per 600 milioni di lire, è tornata libera nell’ottobre 2016. La giustizia l’ha inchiodata a un doppio movente, psicologico ed economico: il delitto avrebbe garantito a lei e alle due figlie, Alessandra e Allegra, un’eredità multimiliardaria, e l’avrebbe anche risarcita della ferita inferta alla sua «personalità narcisistica» dall’intenzione dell’ex marito di risposarsi con Paola Franchi, bella signora milanese.

Il rancore di Patrizia era emerso pubblicamente fin dal 27 marzo 1995, il giorno dei quattro colpi calibro 7,65 sparati contro Gucci da una pistola con un silenziatore improvvisato. Il killer aveva seguito la sua vittima nell’androne dell’elegante palazzo milanese affacciato sul parco di via Palestro, dove l’imprenditore aveva l’ufficio. Quel giorno, Patrizia aveva commentato la notizia regalando ai quotidiani una frase di ghiaccio: «Umanamente mi dispiace, ma dal punto di vista personale non posso dire la stessa cosa».

Da allora, però, l’ex moglie ha sempre protestato la sua innocenza. E anche dopo i tardivi arresti del gennaio 1997, per oltre vent’anni Patrizia s’è detta vittima di un’estorsione ideata dall’amica napoletana, la cartomante Pina Auriemma, e dagli altri tre autori materiali del delitto. Due mesi fa, accettando chissà perché di partecipare a un documentario realizzato da Discovery channel sulla vicenda, ha invece ribaltato tutto e candidamente ammesso i cupi desideri di morte accarezzati tra il 1994 e il 1995: «Andavo in giro» ha detto «e a tutti, anche al salumaio, chiedevo se ci fosse qualcuno che aveva il coraggio di ammazzare mio marito».

Questa, in effetti, non è proprio una novità. Già durante le prime indagini, nella primavera 1995, il pubblico ministero Carlo Nocerino aveva appreso dalla viva voce di alcuni testimoni che negli ultimi mesi Patrizia pensava intensamente all’omicidio come lo strumento per risolvere tutti i problemi. Al suo avvocato, Cosimo Auletta, Patrizia aveva chiesto che cosa potesse rischiare, dal punto di vista penale, se avesse fatto uccidere l’ex marito. E alla coppia dei governanti di casa aveva chiesto addirittura di trovarle un killer a pagamento. Il magistrato però aveva preferito spingere le ricerche in tutt’altra direzione. In Svizzera, per esempio, dove per qualche mese Nocerino aveva battuto la pista di presunti interessi mafiosi sul progetto di un nuovo casinò a Crans Montana, cui Maurizio pareva essersi dedicato. E perfino in Giappone, dove Gucci aveva stretto strani legami finanziari con Delfo Zorzi, il neofascista mestrino indagato per la strage di piazza Fontana del 1969, e latitante dal 1972.

Per quanto promettenti, quei due suggestivi filoni d’indagine non avevano portato risultati. Nocerino, però, non era tornato sui suoi passi. Non aveva mai più approfondito la pista dell’ex moglie. Anche per questo, nel documentario andato in onda due mesi fa su Discovery, è suonata beffarda l’ammissione resa da Patrizia. Soprattutto quando ha pronunciato queste parole: «Io ho un difetto, non riesco a mirare giusto: quindi non lo potevo fare da sola. Così ho trovato questa Banda Bassotti che me l’ha fatto».

Per i quattro complici di Patrizia, in realtà, sarebbe meglio parlare di Armata Brancaleone: un’amica cartomante, un pizzaiolo siciliano, un disoccupato e il portiere di un albergo a ore. Dopo quasi due anni d’indagini a vuoto, all’inizio del 1997 gli inquirenti milanesi erano riusciti a individuarli soltanto grazie alla soffiata di un informatore. Ospite dell’Hotel Adry, un piccolo hotel senza pretese dalle parti di piazzale Loreto, e che oggi non esiste più, l’informatore aveva origliato i discorsi del portiere e dei suoi complici. I quattro s’incontravano nell’alberguccio perché avevano scoperto che l’uomo che avevano ucciso valeva svariate centinaia di miliardi. Avevano capito, quindi, che l’eredità incassata dalla mandante del delitto era a dir poco cospicua e, sentendosi raggirati sul compenso, si erano determinati a chiederle molto di più.

L’informatore aveva spifferato tutto al capo della Criminalpol milanese, Filippo Ninni. E quello, in quattro e quattr’otto, aveva ideato una trappola che, a ripensarci oggi, sembra uscita da un romanzo: Ninni aveva chiamato uno dei suoi agenti e l’aveva trasformato in «Carlos lo spietato», un killer dei cartelli della mafia colombiana. Garantito dall’informatore, Carlos si era proposto agli amici dell’Hotel Adry per estorcere alla Reggiani qualche centinaio di milioni in più. I quattro erano subito caduti nell’inganno, come polli, e s’erano affidati a quel nuovo alleato. Ignari delle cimici nascoste dalla Criminalpol, a Carlos avevano raccontato per filo e per segno tutta la storia del delitto. A quel punto, erano scattate le manette.

Oggi nemmeno il più fantasioso dei film potrà mai rendere efficacemente una trama tanto strepitosa e folle, crivellata dai colpi di scena. L’ultimo è avvenuto pochi mesi fa. In dicembre Alessandra e Allegra Gucci, le due figlie di Maurizio che oggi hanno rispettivamente 44 e 39 anni e per molto tempo si sono battute per l’innocenza della loro mamma, sono state condannate dalla Cassazione a versarle 20 milioni di euro, più un vitalizio di un milione l’anno.

La condanna è il risultato della causa intentata da Paola Franchi a Patrizia per la morte di Gucci: nel 2014, tra danni morali e materiali, il risarcimento era stato quantificato in 692 mila euro. Il problema è che Patrizia risulta nullatenente. Così Paola ha spostato la causa contro le altre due legittime eredi di Maurizio: le figlie. Nell’ultimo giudizio in Cassazione la vicenda ha assunto tinte surreali perché Paola e Patrizia si sono trovate affiancate contro Alessandra e Allegra, in un’alleanza a dir poco inquietante, che fa sì che le colpe della madre ricadano sulle figlie. Infatti le eredi di Maurizio Gucci saranno costrette a versare all’ex moglie – che l’ha fatto uccidere – un milione all’anno più il risarcimento di 692 mila euro da girare appunto a Paola Franchi.

Chissà se qualcuno riuscirà mai a spiegare i meandri della giustizia italiana a Ridley Scott. Per quanto geniale, un americano non potrà mai arrivarci.

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Il capitalismo di Stato contro il capitalismo etico. E viceversa. La questione dei diritti umani violati in Cina approda sugli scaffali, quelli virtuali, delle aziende occidentali leader nel settore abbigliamento e scarpe, dalla svedese H&M all’americana Nike, dai colossi Adidas a Zara. La Lega della Gioventù comunista, costola del Partito comunista cinese, ha lanciato una campagna di boicottaggio via Weibeo (il social network cinese alla Twitter) per punire la decisione del colosso svedese, che si rifiuta di acquistare il cotone della provincia dello Xinjiang, “preoccupata della tutela dei diritti umani” degli uiguri, minoranza musulmana perseguitata dal regime cinese.

La guerra diplomatica, la guerra dei valori e la guerra economica con l’Occidente si combattono, oltre che a dosi di vaccini anti-Covid, anche a colpi di tute da ginnastica e tailleur da ufficio. Per questo, mentre dagli Stati Uniti Joe Biden invita l’Europa e l’alleanza atlantica a un’alleanza contro la Cina, la gioventù comunista si è mobilitata, per additare ai social la scelta anti-cinese di molte aziende occidentali. A cominciare da H&M, numero due al mondo dell’abbigliamento retail. Nel 2020 – ecco l’accusa lanciata via web dalla Lega, che su Wiebo ha 15 milioni di follower – l’azienda svedese aveva annunciato che avrebbe smesso di comprare cotone dallo Xinjiang, l’area in cui si produce l’84% del cotone cinese, che è il 22% del totale mondiale. La ragione? La riduzione in schiavitù degli uiguri, costretti ai lavori forzati nei campi o nelle industrie tessili, la cui violazione dei diritti umani è stata condannata quattro giorni fa, con le sanzioni anti-cinesi decise da Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito e Canada per la prima volta a trent’anni da piazza Tienanmen. “Il gruppo è profondamente preoccupato… per la discriminazione delle minoranze nello Xinjiang – recitava il post di H&M rilanciato con orrore dai giovani comunisti cinesi – Ciò significa che il cotone per la nostra produzione non verrà più acquistato da questa zona”. Parole interpretate come una dichiarazione di guerra. Tanto che i prodotti H&M sono stati rimossi dalle principali piattaforme locali di e-commerce, da JD.com a Taobao passando per Pinduoduo. Stessa sorte toccata a Nike, primo marchio di abbigliamento sportivo al mondo, che si era fatta identici scrupoli. È la ritorsione per la politica di aziende che al business vogliono unire l’etica, fosse anche per questione di puro marketing, per inseguire la nuova sensibilità dei consumatori o per scelte geostrategiche. A giudicare dall’aria che tira su social e media cinesi, le prossime nella lista nera sono Adidas e Zara.

Che a Pechino non fosse andato giù il provvedimento concordato delle potenze occidentali Ue-Usa-Gb-Canada lo si era capito dalla ritorsione scattata subito dopo l’annuncio delle sanzioni il 22 marzo, con la Cina che ha ricambiato le misure ai danni di una dozzina fra deputati ed eurodeputati europei, ricercatori e istituzioni comunitarie come la Commissione per i diritti umani della Ue.

Non c’è mercato senza il controllo del partito, è la linea del capitalismo in salsa cinese. E Pechino si muove forte non solo del suo potere di produttore ma anche di consumatore. Per H&M, il “Dragone” è il quarto mercato più grande di riferimento, secondo solo agli Stati Uniti per punti vendita aperti, con 520 negozi contro i 593 degli Usa. È un potere che può essere sfruttato anche in funzione geopolitica e la Cina lo sta facendo, anche grazie ad alcuni vip, tra cui l’attore Huang Xuan e il collega e cantante Wang Yibo, che hanno risposto alla chiamata alle armi annunciando la fine dei contratti di sponsorizzazione con H&M e Nike. “Diffamare e boicottare il cotone dello Xinjiang mentre si spera di fare soldi con la Cina? Non lo si può nemmeno sognare!”. Parola di Gioventù comunista.

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Le riprese di “House of Gucci”, il film diretto dal regista britannico Ridley Scott, proseguono a ritmo serrato tra Milano, Firenze e Roma. Ma la realizzazione della pellicola prodotta dallo stesso Scott in collaborazione con la casa di produzione statunitense Metro Goldwyn Mayer, sta suscitando non poche polemiche. A scatenarle è stata la stessa famiglia Gucci, prima tra tutti la figlia del fondatore Aldo Gucci, Patricia.

Nelle scorse ore Patricia Gucci, 58 anni, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un duro sfogo contro la produzione, criticando aspramente il ritratto del padre che emerge dalla pellicola: “Dopo aver visto le immagini in anteprima di ‘House of Gucci’ non posso stare a guardare. Mio padre – Aldo Gucci, che ha trasformato Gucci da un unico negozio a Firenze a un fenomeno globale durante i suoi 30 anni come Presidente – è ritratto come un minuscolo delinquente sovrappeso, quando in realtà era alto, magro e con gli occhi azzurri. Era la personificazione dell’eleganza, applaudito da reali, capi di stato e leggendarie star di Hollywood”.

Nel film, che uscirà il prossimo novembre, Aldo Gucci è interpretato da Al Pacino. Nel cast anche Lady Gaga che veste i panni di Patrizia Reggiani, soprannominata Lady Gucci che, negli scorsi giorni, si era scagliata anche lei contro la produzione angloamericana per non essere stata contattata prima della trasposizione neppure dalla popstar che la interpreta.

La rabbia di Patricia: “Vederli glorificati a Hollywood è incomprensibile”

Nel lungo post di sfogo, Patricia Gucci si scaglia contro la produzione e il regista per aver realizzato un film sulla base di una sceneggiatura tratta da un libro del 2001 – “The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed” – non autorizzato sulla famiglia Gucci. Biografiche che si basa sullo zio, Maurizio Gucci, e sua moglie condannata per l’assassinio del marito: “La sceneggiatura è basata su un libro di un autore che non ha mai incontrato mio padre ed è incentrato su Patrizia Reggiani – un’assassina condannata- e mio cugino Maurizio Gucci, che ha spietatamente messo da parte suo zio in una scalata ostile prima di mandare all’aria l’attività. Vederli glorificati dall’Olimpo di Hollywood e dall’acclamato regista Ridley Scott è incomprensibile”.

Una memoria, quella del padre Aldo fondatore di un impero, “troppo preziosa per essere calunniata e oggetto di questa apparente denigrazione”, ha continuato sui social network Patricia. La donna si è scagliata anche contro il cugino, Maurizio, “che doveva tutto a mio padre, che da giovane lo prese sotto la sua ala protettrice e lo trattò come un figlio. Mio padre non è stato impeccabile. Aveva un carattere leggendario e governava con il pugno di ferro. Con tenacia e lealtà alla sua famiglia si è guadagnato il rispetto di tutti coloro che hanno lavorato con lui, me compresa. Molte persone devono la loro carriera a lui. Il successo di Gucci è in gran parte dovuto a lui”.

Un aspetto che non sarebbe stato messo in luce nella pellicola che Ridley Scott sta ultimando in Italia e che lei oggi denuncia con amarezza. Lei stessa, nel 2016, ha scritto un libro di memorie sulla figura del padre e ha più volte rifiutato offerte per realizzare un adattamento cinematografico. “Per paura che eventi reali e personaggi venissero distorti a scopo di lucro. Non dovrebbe essere rivisitata nell’interesse di vendere più libri e servizi di streaming”, ha concluso Patricia.

Having seen the preview images of “House of Gucci,” set for release in November, I cannot sit idly by. My father – Aldo…

Posted by Patricia Gucci on Thursday, March 25, 2021

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Vecchie coperte dismesse che diventano cappotti, giacche realizzate con vecchi paracadute della Folgore. L’Esercito italiano non spreca e in linea con l’ecosostenibilità si fa brand ed entra a pieno titolo nel mondo della moda, tanto che la linea dedicata alla Forza armata a giugno prossimo sarà presentata a Pitti uomo, che come di consueto si terrà a Firenze. L’equipaggiamento dismesso dell’Esercito, insomma, acquista nuova vita.

L’iniziativa di brand licensing è stata promossa e sviluppata da Difesa Servizi SpA, società in house del Ministero della Difesa la cui mission ha per oggetto la gestione economica di beni e servizi, anche immateriali, derivanti dalle attività istituzionali del Dicastero. Nasce così la nuova collezione sperimentale upcycling di Esercito Sportswear, prodotta e distribuita da Officina Italia srl, che sarà presentata al prossimo Pitti Uomo: coperte e paracadute impiegati nelle missioni nazionali e internazionali più importanti trasformati in capi di abbigliamento unici ed innovativi con una filosofia totalmente green e ecosostenibile, strettamente legata alla storia del marchio istituzionale che è composto da una stella a cinque punte sovrastante la dicitura Esercito 1659. La stella a cinque punte rappresenta simbolicamente i valori fondamentali e le virtù sulle quali si basa l’Esercito, tra i quali il coraggio, lo spirito di sacrificio, l’abnegazione, la leadership e il servizio incondizionato per la comunità nazionale. L’anno 1659 riporta alle più antiche origini della Forza Armata, rappresentando, di fatto, un legame fra tradizione e innovazione.

“Essere sdoganati nel mondo della moda con Pitti – spiega il proprietario dell’azienda, Lanfranco Villa – è importante anche per il settore militare. Tutti conoscono l’Esercito e nei capi sono racchiusi i valori del mondo in uniforme. Il nostro scopo è, peraltro, quello di diffondere un messaggio positivo per i giovani. Qualche tempo fa, prima del covid, ho portato mio figlio, 18enne, nella caserma della Folgore ed è rimasto colpito dall’unità e dalla collaborazione che ha trovato all’interno di questa realtà. È un ambiente sano”.

A Pitti, nel rispetto delle direttive del più grande evento di moda, saranno portati alcuni capi sviluppati e realizzati secondo i più alti standard e know-how della tradizione italiana, nati dalla ricerca di materiali di scarto e destinati a essere accantonati che sono stati lavorati per creare nuovi prodotti dal valore superiore a quello originale.

Un modo per avere addosso un pezzo di storia militare e per sentire ancor più vicino quel mondo militare che in questo periodo di grande difficoltà per il Paese fa moltissimo e va sostenuto anche con i simboli.

Il foglio : moda

Il “blu egizio”, primo colore artificiale della storia, ricreato da Raffaello per l’affresco del Trionfo di Galatea a Villa Farnesina e recente scoperta di un team internazionale guidato da Antonio Sgamellotti, accademico dei Lincei, ma anche l’ormai rarissimo blu guado, coltivato ormai solo nelle Marche, che tinge le vesti della “Madonna del Parto” di Piero della Francesca e la bandiera di Bruxelles, oltre a certe calzature per le quali bisogna mettersi in lista di attesa. E’ questa trasversalità di saperi, questa natura unica del saper fare o e delle straordinarie capacità di accorpare, mescolare, sovrapporre arte, artigianato, cultura e imprenditoria, il segreto del made in Italy e il tema centrale del ciclo “Sulla nostra pelle. Dialoghi sulla bellezza”, che debutta oggi dalle 16 alle 17.30, con un incontro in diretta dallo Spazio UNIC di via Brisa, a Milano, attorno al tema del colore e delle tinte naturali nella moda e nell’arte, e ai modi in cui il colore diventa parte dominante e scelta fondamentale di ogni capo, oggetto d’arte e di design.

Ogni quindici giorni fino a giugno, e poi nuovamente da settembre a dicembre, verranno esplorati tutti i settori in cui questa eccellenza si esprime, ponendo particolare attenzione alla pelle e alla sua lavorazione come ispirazione e modello per la moda, l’arte, l’architettura, il design, il cinema e il teatro. Gli incontri, sostenuti da UNIC, l’associazione delle concerie, si inscrivono nel programma formativo del corso di Laurea Magistrale in Fashion Studies dell’Università di Roma “La Sapienza”, e sono curati da Fabiana Giacomotti, docente del corso e curatrice del supplemento mensile “Il Foglio della Moda”, al debutto il 1° Aprile: un po’ di quello che c’è da sapere sulla linea editoriale della nuova iniziativa del Foglio si trova già qui. I relatori del primo incontro “The multiple shades of blue“ (potete registrarvi e seguirlo qui), saranno il designer Nicolò Beretta, fondatore e designer del brand Giannico; il maestro tintore Alessandro Butta; il designer Alessandro Enriquez, fondatore del marchio omonimo; la trend analyst Orietta Pelizzari e Antonio Sgamellotti, Professore emerito dell’Università degli Studi di Perugia, Accademico dei Lincei, co-fondatore del MOLAB e coordinatore del gruppo di ricerca che ha individuato il blu egizio nel Trionfo di Galatea di Raffaello. Introdurranno l’incontro il direttore generale di UNIC, Fulvia Bacchi, e la coordinatrice del corso di Laurea Magistrale/Master in Fashion Studies, professoressa Romana Andò.

Avvertenza: data la natura internazionale del corso, gli incontri saranno in lingua inglese. Quindi, per anticiparvi i contenuti, abbiamo chiesto ai relatori di riassumere il loro intervento. Li trovati tutti qui:

 

L’intervento di Fulvia Bacchi

L’intervento di Nicolò Beretta

 

L’intervento di Alessandro Butta

 

L’intervento Alessandro Enriquez

 

L’intervento di Orietta Pelizzari

 

L’intervento di Antonio Sgamellotti

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L’integrazione dei canali di comunicazione con quelli di vendita, un tempo gestiti separatamente, è attualmente al centro degli sforzi delle aziende della modaI lockdown ripetuti hanno reso necessario esplorare nuovi modi per tenersi in contattato con consumatori da mesi privati della possibilità di una presenza fisica in un negozio. E così stiamo assistendo all’utilizzo pervasivo dell’e-commerce da parte dei nativi digitali (Gen Z, post 2000) come di coloro che i sociologi definiscono immigrati digitali cioè a dire i Millennial (1980-2000), ma soprattutto i Baby boomers che si stanno rapidamente adattando alla nuova situazione.

Più di recente all’e-commerce si è affiancato il social commerce e mentre sono in atto numerosi esperimenti di gamification. Questi vocaboli che nel loro insieme indicano la strada obbligata che tutti – a livello globale – provano a percorrere per recuperare il tempo (e i fatturati) perduti.

Dopo mesi di difficoltà nella vendita al dettaglio l’online è divenuto – per qualsiasi marchio moda – il primo luogo dove essere presenti. È qui che l’accelerazione delle vendite non si è mai fermata, ma intanto continua a crescere. Le aziende di e-commerce con il loro particolare modello di business, in cui lo scambio di beni viene dematerializzato, sono state tra le poche a beneficiare concretamente dalle condizioni generate dalla crisi. Il loro successo è garantito dall’utilizzo degli algoritmi, stringhe di codice che aumentano esponenzialmente la possibilità di far incontrare virtualmente consumatori e produttori.

A questo va aggiunto l’utilizzo dei Big Data: la loro combinazione abilita lo sviluppo di analisi che si vorrebbe capaci di individuare trend di consumo e prodotti di punta, fornendo la possibilità di attuare strategie ad hoc per suggerire (ma il vocabolo più calzante qui è invogliare) qualsiasi tipo di consumo: quello di una sneaker, di un libro o di un oggetto per la casa senza differenza alcuna.

Il mercato dell’e-commerce
L’uso dell’e-commerce vede attualmente le due superpotenze mondiali – Stati Uniti e Cina – impegnate in una competizione serrata. Anche nella moda sono dunque gli ingegneri dell’high tech e i finanzieri delle conglomerate quotate in Borsa a fare da protagonisti: questi ultimi pilotano i progetti, le azioni e gli investimenti necessari che stanno dietro le mirabolanti visualizzazioni confezionate dal designer di turno. Siamo di fronte a un cambio di paradigma: il diaframma estetico modellato dal creatore di moda (un tempo sarto, poi stilista quindi designer ora aggregatore) si è fatto assai più sottile di un tempo. E il consumatore – in specie quello appartenente alla Generazione Z ne è sempre più cosciente.

Nell’e-commerce è Amazon a dominare la scena in Occidente, in Oriente è invece Alibaba. Tra loro fanno guerra di posizione i tre gruppi del lusso più potenti al mondo: i francesi LVMH e Kering e il gruppo sudafricano-svizzero Richemont. Quest’ultimo dal 2018 è anche proprietario dell’e-commerce YNAP nato nel 2015 dalla fusione di YOOX, fondato a Casalecchio di Reno nel 2000 da Federico Marchetti, e Net-a-Porter, fondato nello stesso anno a Londra da Natalie Massenet.

Le strategie milionarie di questi potenti della moda sono complesse. Di recente Richemont ha stipulato un’alleanza con Alibaba annunciando un investimento congiunto di 1,1 miliardi di dollari nella piattaforma – sino a quel momento concorrente – Farfetch fondata nel 2007 a Londra dall’imprenditore portoghese José Neves. In particolare, Alibaba e Richemont stanno investendo 300 milioni di dollari a testa, a cui se ne aggiungono altri 250 ciascuno per una joint venture nuova di zecca, Farfetch China. L’accordo prevede che Farfetch possa aprire store virtuali su Tmall Luxury Pavilion, spin off virtuale dedicato al lusso di proprietà di Alibaba, raggiungendo così il più grande e vivace mercato attualmente esistente per la moda: quello asiatico. Immediatamente anche Kering (tra gli altri Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta…) ha aumentato la sua partecipazione in Farfetch con ulteriori 50 milioni di dollari.

Amazon ha risposto con due iniziative mirate. Il 13 maggio scorso ha annunciato la presentazione di Common Threads: Vogue x Amazon Fashion un nuovo store online dedicato a venti designer indipendenti del Made in Usa: marchi in quel momento a rischio di fallimento dopo che il Covid-19 aveva forzato la chiusura dei negozi che li vendevano.

Il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, che di certo non è un benefattore, ha approfittato della situazione di caos venutasi a creare con la pandemia. Amazon ha accesso a un’enorme base di consumatori: solo negli Stati Uniti i membri di Amazon Prime sono 150 milioni. In ottobre poi Bezos ha introdotto la app Luxury Stores orientata proprio a questo ultimi. In Luxury Stores i marchi presenti controllano direttamente il modo in cui i loro prodotti vengono presentati, dissipando antichi pregiudizi che vedevano il mondo del lusso poco propenso a sbarcare su una piattaforma potentissima, sentita in precedenza come assai poco selettiva.

Se la partita per il dominio miliardario dell’on line si sta giocando sulle due sponde del Pacifico, è tuttavia fisiologico che in un settore dinamico come questo si muovano altri competitor. La piattaforma tedesca Mytheresa ad esempio che, grazie alla fidelizzazione di marchi come Bottega Veneta e Prada si distingue per il suo assortimento di prodotti di nicchia, ha registrato un fatturato netto consolidato di 450 milioni di euro in crescita del 18,6% nel 2020. Quando poi nel gennaio del 2021 Mytheresa, ha lanciato la sua IPO a Wall Street la valutazione è balzata a 3 miliardi di dollari solo nel primo giorno di negoziazione.

Il ruolo del Social commerce
Il ritmo accelerato del cambiamento è una costante post-Covid. Se l’e-commerce ha sostituito l’interazione sociale dello shopping in negozio, i social commerce, seppure in modo diverso rispetto al passato, la stanno reinserendo. Si basano infatti sulla partecipazione attiva da parte dei clienti: l’informazione su un prodotto singolo, l’abbinamento di più prodotti in un look o comunque il successo di un trend qui avviene attraverso informazioni ricavabili da blog, sistemi wiki e la condivisione di articoli scritti dai membri delle comunità virtuali che si formano per adesione spontanea. Entro il 2023, le vendite attraverso i social commerce negli Stati Uniti dovrebbero superare i 50 miliardi di dollari l’anno, raddoppiando rispetto al 2020. Il dominio assoluto del settore è comunque detenuto dal cinese Tik Tok dove si prevede che le vendite nel 2021 raggiungeranno i 363,3 miliardi di dollari in aumento di oltre il 35% in un solo anno.

L’utilizzo crescente del social commerce inoltre capovolge un altro paradigma. La Moda da sempre predittiva, si è messa in ascolto. Il modello secondo il quale le aziende propongono i propri prodotti (stili) all’interno dei quali i clienti possono scegliere non sembra più reggere: con l’avvento dei social commerce l’azienda prova a interpretare – ovviamente anche a influenzare – le pulsioni del consumatore. Il mood rilassato di gran parte delle immagini che compaiono su Tik Tok – dove a nessuno importa di presentarsi perfettamente agghindato – sembrerebbe adattarsi esclusivamente a prodotti basici o tendenzialmente sport tech.

Eppure nessun marchio di moda – nemmeno quelli della fascia più alta – vuole esserne escluso. Dior, marchio che evoca da sempre l’allure dell’alta sartoria è entrato a farne parte nel luglio 2020 e proprio per cercare notorietà in special modo tra gli appartenenti alla Generazione Z. Va tenuto conto che circa il 40 per cento delle persone presenti su TikTok non possiede account Facebook. TikTok dunque non è un concorrente diretto dell’ecosistema Facebook caro ai Baby boomers piuttosto un complemento decisamente impossibile da non considerare. Su Tik Tok Charli D’Amelio (maggio 2004) è l’influencer più seguita (Addison Rae, 20 anni, è al secondo posto). I più seguiti su Instagram sono invece Cristiano Ronaldo e Ariana Grande ambedue Millennial, generazione precedente alla Z.

Oltre venti anni fa, nel 1999 per l’esattezza, Levine Locke Searls e Weinberger elaborarono The Cluetrain Manifesto nel quale affermavano che il marketing attraverso il web avrebbe consentito conversazioni di tipo personale in grado di trasformare in modo radicale le pratiche commerciali conosciute sino ad allora. The Cluetrain Manifesto intendeva superare il pensiero del ventesimo secolo sul modo di fare business, elencando 95 tesi, esattamente come aveva fatto il Lutero della Riforma Protestante. Quello che allora era apparsa futurologia oggi è divenuta realtà comune.

Gamification
Tra gli effetti della permanenza forzata in casa c’è la maggior quantità di tempo che è stata dedicata ai videogiochi. Realtà aumentata o modellazione 3D, sono nuove frontiere che la distribuzione sta sperimentando per fornire più servizi ai propri clienti e un approccio ludico che pare sempre più gradito. Gli esempi sono infiniti: qui ne elenchiamo alcuni tra i più significativi per l’importanza dei marchi coinvolti. La maison Balenciaga (proprietà di Kering) per presentare la sua collezione autunno-inverno 2021 ha messo in rete lo scorso 6 dicembre Afterworld. The Age of Tomorrow un gioco gratuito che consente di esplorare un mondo virtuale con personaggi vestiti da capo a piedi dal brand.

Gucci ha in portfolio numerose esperienze di gaming: la piattaforma Gucci Arcade contiene una sezione ispirata ai giochi anni ’70 e ’80 in cui è possibile cimentarsi in semplici challenge ispirate ai motivi della maison fiorentina. Burberry ha messo in campo B-Bounce dove i giocatori si misurano con un personaggio a forma di cervo vestito con i capi del marchio. I vincitori sono premiati con GIF personalizzate, ma superato un certo livello possono arrivare ad ottenere un vero capo dell’ultima collezione.

Nella sede di Regent Street, a Londra, Burberry ha installato un mega schermo dove i clienti possono tentare la fortuna. A questo genere di formato si era avvicinata in precedenza la maison Valentino con venti look disegnanti da Pier Paolo Piccioli per gli avatar di Animal Crossing: New Horizons di Nintendo Switch.Lo scorso 7 dicembre, una versione avatar di Donatella Versace è apparsa ai partecipanti nel festival virtuale ComplexLand, dove il marchio ha inserito 100 paia di sneaker acquistabili solo all’interno dell’esperienza virtuale.

La fase di sperimentazione è destinata a intensificarsi nei prossimi anni. Sempre più game designer entreranno a pieno organico nelle maison di moda e al contempo, sempre più aziende dei videogiochi esploreranno la strada di prodotti fisici da vendere in partnership con aziende della moda. Il videogioco Fortnite, ad esempio, ha realizzato gran parte dei 2,4 miliardi di dollari di ricavi nel 2018 vendendo skin per avatar ai suoi 200 milioni di utenti (inclusi alcune di Nike).

Con oltre 2.5 miliardi di giocatori nel mondo, di cui 15 milioni in Italia, i videogiochi sono un medium di riferimento per larga parte dei Millennials e della Gen Z: questi due gruppi costituiranno la fetta di clientela più importante al mondo già a partire dalla seconda metà di questo decennio. Tra loro un’elevata percentuale vive in Cina, non a caso la regione leader anche nel consumo e spesa per videogiochi.

Videogame, social e commerce: l’omnicanalità è in realtà al centro delle strategie di vendita di tutte le imprese oggi attive sul mercato. Che si tratti di food o di fashion, di libri o di opere d’arte poco importa.

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Chiara Ferragni ha dato alla luce la piccola Vittoria, la secondogenita avuta con Fedez, dopo il piccolo Leone, nato il 19 marzo 2018 a West Hollywood, contea di Los Angeles. La coppia ha annunciato la nascita sui social.

L’annuncio della coppia: “La nostra Vittoria”

Dopo giorni di attesa condivisi su Instagram, questa mattina è arrivata la lieta novella. Entrambi i genitori hanno condiviso la prima foto di Vittoria, questo il nome scelto per la nuova arrivata, in braccio alla mamma, mentre stringe forte il dito del papà. I Ferragnez hanno accompagnato la tenera immagine con poche ma significative parole: “23 Marzo 2021. La nostra Vittoria”. L’influencer vanta quasi 23 milioni di follower su Instagram, che saranno stati sicuramente felici di vedere il post del lieto evento. Dopo poco più di tre anni dalla nascita del primogenito Leone, è arrivata la sua sorellina Vittoria ad allargare la famiglia. Era stato proprio il fratellino maggiore a dare l’annuncio su Instagram della seconda gravidanza della mamma Chiara, con immagine dell’ecografia della piccola. Entrambi i figli della famosa coppia portano i due cognomi, sia quello del padre Lucia, che quello della madre, Ferragni. La nota imprenditrice aveva infatti spiegato tempo fa sui social di essere contraria all’idea patriarcale di dare solo il cognome paterno ai figli.

Già griffatissima appena nata

Durante l’ultima edizione del festival di Sanremo, la 71esima, Fedez aveva indossato sul palco del teatro Ariston una camicia di Versace con le quattro iniziali di tutti i componenti della famiglia. Oltre a quelle di mamma, papà e fratellino, anche la lettera V. Unico indizio del nome futuro. L’intera gravidanza, giorno dopo giorno, era stata raccontata dalla coppia di genitori sui social, con tanto di annuncio ai follower da parte dell’allora futura mamma, di aspettarsi la nascita da un momento all’altro. Infatti, secondo quanto riferito dalla Ferragni, il parto del piccolo Leone era stato indotto alla 37esima settimana, mentre la sorellina, Vittoria, aveva già passato la 39esima. Fino a poche ore prima Chiara postava e cantava con il piccolo Leone, alle prime luci dell’alba è nata Vittoria. Ovviamente il post è stato inondato di auguri e congratulazioni per la giovane coppia. Tra le prime, le zie, Valentina e Francesca, sorelle della Ferragni. Nella prima foto della bimba si vede già che sarà griffatissima: in testa indossa un berretto firmato Ferragni. Piccole influencer crescono.

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Tra invocazioni alla Cancel Culture, lagne di ogni tipo sempre politicamente corrette, romanzini stregabili rigorosamente edificanti, sentimentali, introspettivi quando dentro non c’è niente, a essere ormai bandita dalla letteratura è la scorrettezza, magari coniugata con l’ironia. Per questo oggi in libreria c’è un libro salvifico, e non poteva scriverlo altri che uno dei nostri scrittori più eleganti, raffinati, non intruppato in nessun salottino che conta, e che è pure uno scienziato: Piersandro Pallavicini. Titolo L’arte del buon uccidere, editore Mondadori (pagg. 180, euro 17), ogni capitolo un racconto esilarante su come far fuori fisicamente certe categorie di persone.

L’autore premette: “Almeno ci venga risparmiato di dover tollerare gli intollerabili”, e precisa anche di non essere preso sul serio, passando dalla teoria alla pratica, ma “di leggere un libro umoristico come questo e di sfogare il nervosismo con una sana risata”. Tanto non basterà dal mettersi al riparo dalle murge, dalle valerio, dalle varie lobby della narrativa civile, da chi non ha più il senso dell’ironia ma molto quello dell’impegno civile e della carriera puntando al solito premietto letterario.

In realtà non c’è libro più civile di questo. Non solo perché fa ridere dalla prima all’ultima pagina, quanto per i ritratti di categorie detestabili con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, cesellati con scientificità e somma arte della lingua: d’altra parte Pallavicini, si sa, è l’anello di congiunzione tra Alberto Arbasino e Primo Levi.

Qui ci sono maschi da prendere di mira, ma anche molte femmine, delle quali non si può parlare se non bene, altrimenti sei un sessista, un maschilista, un patriarcale, ecc. C’è la militante di LC (Lotta Continua, ma per l’autore è Lamento Continuo), a cui non va mai bene, la quale “ha un lavoro impiegatizio, veste in modo dimesso (sandali, pantaloni dall’orlo sfilacciato, golfini sferruzzati) e ora come negli anni ’70 ha sempre, solo, un unico interesse: il lamento. Un tempo riguardo borghesi, imperialismo americano, Kossiga. Oggi, semplicemente, riguardo a tutto: il proprio stipendio, l’andamento imprevedibile delle stagioni, un sorpasso azzardato subìto in tangenziale, il nuovo sistema operativo Microsoft, lo sgarbo di un vicino, un accenno di stitichezza”.

Nessuna pietà per l’Anziano su Internet (pensa sempre di avere un virus, ma il virus è lui), o per l’Invasato che ti dà del fascista a sproposito (“Al ristorante negate con insufficiente garbo un euro al venditore di fiori cingalese perché è il quinto della serata e nel portafoglio avete solo pezzi da cinquanta? Dal tavolo accanto ecco la reprimenda dell’Invasato: Fascista!”) a cui corrisponde, dall’altra parte, l’Incolto che ti dà del radical chic a sproposito magari “perché, insieme alla passione per le Jaguar e i pluristellati, avete osato esprimere anche perplessità per i sei euro all’ora da fame con cui loro pagano, in nero, la badante dell’anziano signore”.

Non potevano mancare il Precisatore di rete (quei pignoli che sotto ogni tuo status devono precisare qualcosa, un presunto errore), il So tutto al bar, il Maschio che ama la cosmesi, Quelli che al cinema rispondono al telefono, o La complottista paranoide scientifico-ossessiva: “vestono solo bio-organic e rigorosamente no-animal, insomma con dei grandi cotoni anche d’inverno, al massimo dei velluti, anche se non hanno idea di cosa significhi bio-organic e anche se portano scarpe integralmente in polimero, non rendendosi conto che queste rimarranno a inquinare la terra, intatte, per svariati millenni”. E il racconto L’uomo che ha inventato i cannoni sparafoglie (ma anche chi li usa)? Chi non ha mai odiato questi operatori che “semplicemente spostano le foglie in maniera casuale, spargendole ovunque in modo pressoché incontrollabile stante la potenza del soffio del cannone, tutt’al più liberando in parte la propria area d’interesse e trasferendo il fogliame un metro più in là, ma senza affatto rimuoverlo, nel frattempo anche alzando un polverone su portoni, vetrine, le auto parcheggiate, i vialetti, le panchine (…) aumentando la già spontaneamente crescente entropia dell’universo”. Anche per lui segue descrizione di pena capitale ad hoc.

Oh, e cosa dire “dell’evoluzione di quelli che vi facevano vedere le diapositive delle vacanze” e oggi ti fanno vedere tutto ovunque? Con lo smartphone in mano ti sventolano il rullino foto (perfino quando li segui su Facebook e Instagram, e dunque non ha senso mostrartele di nuovo se le foto le avevi già viste, e ancor meno se le avevi volutamente ignorate). “Possono assalirvi in qualsiasi luogo e momento e con i piedi che calzano ottime scarpe, per mostrarvi un’interminabile collezione di orridi scatti delle vacanze direttamente dallo smartphone, including loro in partenza sulla pensilina della stazione FS di Borgolavezzaro, loro durante la visita guidata al salumificio Wüstermaier di Monaco di Baviera, loro desolati e sfranti allo specchio di una toilette dell’aeroporto di Zurigo”.

Irresistibile, poi, la Snc politicamente corretta (Snc sta per “scopa nel culo”), quella che parlando di un venditore ambulante se dici di colore non va bene, africani nemmeno (“Lei lo sa che ci sono cinquantaquattro stati in Africa? Dica venditore e basta!”), tantomeno immigrati, “non-stanziali, semmai”, e nel racconto il protagonista per non offendere due Snc, che ovviamente sono murgiane nel lessico, al ristorante anziché un calzone ordina “una calzona farcita”. Segue omicidio, fino a adesso non ve ne ho spoilerato neppure uno per non togliervi il gusto di scoprirlo, ma in questo caso vi anticipo che basterà assoldare un paio di rapper afroamericani molto feroci. Sublime.

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Soldi, rancore e timore. Sono queste le tre componenti della “miscela esplosiva” che hanno portato, la mattina del 27 marzo 1995, alla morte di Maurizio Gucci, l’imprenditore italiano presidente dell’omonima casa di moda fino al 1993, ucciso mentre entrava nello stabile di via Palestro a Milano, dove aveva lo studio. Un omicidio che aveva condotto in carcere l’ex moglie dell’uomo, Patrizia Reggiani, accusata di essere la mandante del delitto, e altre quattro persone, tra cui gli esecutori materiali. E ora il delitto dell’imprenditore italiano diventerà un film: sono iniziate in Italia le riprese di “House of Gucci”, diretto da da Ridley Scott, con protagonisti Adam Driver e Lady Gaga.

Il delitto Gucci

La mattina del 27 marzo 1995 Maurizio Gucci uscì dal palazzo in Corso Venezia, dove abitava, per recarsi a piedi nel vicino stabile in via Palestro, sede della società Viersee fondata da poco. Una volta arrivato davanti al portone dell’ufficio, Gucci non si accorse di quella Clio verde parcheggiata lì vicino. A bordo c’era il suo killer. Così verso le 8.30 Gucci entrò nel palazzo, ma fece appena in tempo a salire i pochi gradini che separano la portineria dall’androne: un uomo entrò nello stabile, gli sparò tre colpi alla spalla sinistra e al gluteo destro, poi si avvicinò, lo finì con un ultimo colpo alla tempia e si girò per andarsene. Fu allora che vide, poco dietro la porta di ingresso, il portiere dello stabile, che quella mattina stava facendo il suo lavoro, come sempre. Il sicario esplose due colpi anche in direzione dell’uomo, ferendolo a un braccio. Poi uscì di corsa e salì a bordo della Clio verde, guidata da un complice. Morì così Maurizio Gucci, erede della nota casa di moda. E da quel momento iniziò il caso che, tra indagini, operazioni sotto copertura e colpi di scena, ha tenuto col fiato sospeso l’Italia degli anni ’90.

Le prime indagini si concentrarono sugli affari della vittima, che pochi anni prima aveva ceduto il marchio delle due G alla società araba Investcorp, già proprietaria del 50% del pacchetto azionario. Inizialmente le ricerche condussero gli investigatori in Svizzera: “Una pista precisa non c’è ancora – aveva rivelato il sostituto procuratore che si occupò del caso Carlo Nocerino, come riportò l’Unità all’epoca – anche se quella che riguarda le ultime operazioni finanziarie concluse dalla vittima sembra la più attendibile”. Per questo si iniziò a ricostruire luci e ombre degli affari di Maurizio, passando al setaccio vecchie e nuove conoscenze, per capire se qualcuno in campo finanziario potesse avere interesse a uccidere l’uomo. Ma dopo mesi di indagini in quel campo non emerse nulla. E per due anni nessuna novità scosse il caso Gucci.

Carlos, sotto copertura tra i killer

A dare una svolta alle indagini fu una telefonata, arrivata alla Criminalpol la sera dell’8 gennaio 1997, quasi due anni dopo la morte dell’imprenditore. All’altro capo del filo c’era un uomo, Gabriele Carpanese, che ​chiese di parlare con il vicequestore Filippo Ninni, sostenendo di avere informazioni sull’omicidio di Maurizio Gucci. Secondo le sue dichiarazioni, dietro al delitto ci sarebbe stata la mano di Patrizia Reggiani, ex moglie della vittima, che avrebbe chiesto all’amica Giuseppina Auriemma di trovarle un killer. La donna quindi si sarebbe rivolta a Ivano Savioni (con cui Carpanese era venuto in contatto, raccogliendo le sue confidenze sul caso Gucci), che avrebbe assoldato Benedetto Ceraulo e Orazio Cicala. Gli inquirenti non persero tempo e inviarono l’informatore, munito di una cimice, a parlare con Savioni che, durante la conversazione, chiese a Carpanese di trovare un sicario per fare pressioni sulla Reggiani, di modo da chiederle più soldi. A quel punto si presentò agli inquirenti l’occasione perfetta per infiltrare un proprio uomo: così nacque il personaggio di Carlos, un colombiano senza scrupoli.

“Prima di incontrare Savioni, ho fatto un paio di telefonate in albergo per chiedere di Gabriele. Parlavo spagnolo”, aveva raccontato l’agente sotto copertura all’Unità. Poi avvenne il primo incontro in una saletta dell’albergo dove lavorava Savioni: “Ho avuto la sensazione che Savioni volesse mettermi alla prova – continua Carlos nell’intervista – Non ho mai detto una parola in italiano, Gabriele faceva da interprete. Quindi, mi offrono una tazzina di caffè, mi chiede se voglio lo zucchero aspettando una risposta immediata. Io non faccio una piega, guardo le altre due tazzine, avevano del latte. Rispondo in spagnolo ‘no, non prendo latte’. Poi parliamo della Colombia. Gabriele gli presenta il mio curriculum di pericoloso killer legato alla mafia di Medellin”. Poi l’occasione: Savioni diede a Carpanese le chiavi della sua auto, inviandolo al ristorante insieme al colombiano. Il fortunato avvenimento permise agli inquirenti di piazzare sulla macchina le microspie necessarie a carpire informazioni. L’incontro successivo avvenne dopo una settimana: “Savioni mi aveva fatto sapere tramite Gabriele che gli serviva aiuto per spillare nuovi soldi a Patrizia Reggiani”. Conversazioni registrate, rivelazioni raccolte e passi falsi fecero giungere gli investigatori a una conclusione del tutto distante dagli affari finanziari dell’imprenditore, che erano stati al centro delle indagini subito dopo l’omicidio. E per i componenti della banda che ha organizzato e portato a termine il delitto scattarono le manette, il 31 gennaio del 1997: l’accusa era quella di omicidio premeditato e tentato omicidio.

Le condanne

Benedetto Ceraulo venne accusato di aver premuto materialmente il grilletto quella mattina del marzo 1995, mentre Orazio Cicala lo aspettava alla guida della Clio verde. I due, secondo i giudici, erano stati assoldati dal portiere d’albergo Ivano Savioni, che a sua volta era stato contattato da Giuseppina Auriemma, una “maga”, come la definì la stampa del tempo. La Auriemma era amica intima di Patrizia Reggiani: a lei l’ex signora Gucci rivelava pensieri e desideri, tra cui anche quello di sbarazzarsi di Maurizio. “Io credo che il ruolo di Pina Auriemma sia stato determinante nella vita della Reggiani – ha rivelato a IlGiornale.it la criminologa e psicoterapeuta Margherita Carlini – lei stessa disse che nell’Auriemma aveva trovato la persona con cui confidarsi e forse senza di lei la Reggiani non sarebbe riuscita a esternare questi aspetti così negativi come la volontà di uccidere”. Secondo la procura, il piano per l’omicidio dell’ex marito costò alla Reggiani 600 milioni di lire.

Il 2 giugno 1998 iniziò il processo: c’erano cinque persone accusate di aver organizzato e messo in atto il piano che portò alla morte di Maurizio Gucci. E il 3 novembre dello stesso anno la Corte d’Assise di Milano dichiarò tutti gli imputati “colpevoli dei reati a loro ascritti”, condannando la Reggiani a 29 anni di carcere quale mandante dell’omicidio e l’Auriemma a 25 anni, riconoscendola come intermediaria. A Savioni e Cicala venne riconosciuta una pena pari rispettivamente a 26 e 29 anni di reclusione, mentre per Ceraulo che aveva sparato il giudice decise di applicare l’ergastolo. I giudici di secondo grado, di fatto, confermarono la colpevolezza di tutto il gruppo, ma la sentenza della Corte d’Appello di Milano del 17 marzo 2000 ridusse le condanne: 26 anni per Patrizia Reggiani, 19 anni e 6 mesi per Pina Auriemma, 28 anni 11 mesi e 20 giorni a Ceraulo, 26 a Cicala e 20 a Savioni. L’ex signora Gucci fece ricorso in Cassazione, che il 19 febbraio 2001 confermò la sentenza di secondo grado, riconoscendo la donna come mandante dell’omicidio. Il movente sarebbe stato un insieme tra l’aspetto passionale e quello economico: “Quello che i giudici riportano – spiega la criminologa Carlini – è una sorta di miscela esplosiva, cioè una serie di variabili che hanno influito sulla decisione di compiere il delitto. Si tratta di tre elementi: in primo luogo il rancore dovuto alla percezione di un’estromissione da un certo status, in seconda battuta il timore di perdere l’eredità e l’avidità legata all’assegno di mantenimento che la Reggiani si vedeva diminuire e infine una componente importante è stata quella emotiva e passionale”. Nonostante le perizie Patrizia Reggiani non venne mai dichiarata incapace di intendere e di volere, ma secondo i giudici di primo grado la donna soffriva di un disturbo della personalità di tipo istrionico-narcisistico. Ma cosa significa? “la persona istrionica è caratterizzata anche dalla manifestazione esasperata di determinati vissuti – spiega la criminologa – e con narcisistica si intende una personalità che può avere difficoltà ad accettare e gestire il rifiuto. Nel corso del processo la difesa aveva provato a chiedere il vizio di mente, anche legandolo al tumore al cervello per cui la Reggiani era stata operata, ma poi la capacità di intendere e di volere venne dichiarata integra, perché venne riconosciuta un’organizzazione nelle fasi precedenti e successive all’evento”.

La “Liz Taylor della griffe”

Patrizia Reggiani, che negli ambienti del jet set internazionale era stata soprannominata la “Liz Taylor della griffe” per la somiglianza con l’attrice statunitense, si dichiarò “non colpevole”. “Non posso dirmi innocente – aveva rivelato la donna in un’intervista rilasciata a Franca Leosini per il programma Storie Maledette – per tutti gli svarioni che sono andata in giro a dire”. Gli “svarioni” a cui allude la Reggiani sono le frasi, ripetute nel corso del tempo, circa la volontà di uccidere Maurizio Gucci.

Patrizia divenne la signora Gucci nel 1973 ma nel 1985, dopo la nascita delle due figlie Alessandra e Allegra, Maurizio lasciò la moglie per un’altra donna, Paola Franchi. Nel 1992 la Reggiani e Gucci divorziarono ufficialmente. Ma in quegli anni in Patrizia crebbe sempre più velocemente un rancore cieco e l’allontanamento dell’ex marito anche dalle figlie aumentò la voglia di vendetta. “Dicevo: ‘Trovatemi un killer, lo voglio morto’ – riconosceva la Reggiani parlando con la Leosini – Ma quale moglie non ha detto io lo ammazzerei e non lo ha detto con degli amici? Se avessimo trovato tante Pina Auriemma avremmo meno mariti in circolazione”. Queste confidenze però non vennero fatte solamente all’Auriemma. La Reggiani infatti offrì due miliardi di lire alla governante nel 1991, chiedendole se suo marito avesse potuto organizzare l’omicidio di Maurizio e nel 1994 chiese consiglio all’avvocato, per capire cosa sarebbe successo in caso avesse ucciso Gucci.

“Per Patrizia, Gucci era diventato un’ossessione“, spiega al Giornale.it la criminologa Carlini. Poi l’ossessione degenerò nel delitto: “Lei ha compiuto un percorso, ricorrente negli omicidi all’interno di coppie, che scaturisce dalla mancata capacità di gestire l’abbandono, che genera una frustrazione. Man mano che si susseguono i rifiuti, l’ossessione d’amore si trasforma in rabbia e in voglia di vendetta“. Non si tratta di un cambiamento repentino, ma di un percorso in cui sono stati fondamentali alcuni “elementi di svolta: la separazione, l’abbandono delle figlie, l’intenzione di sposare un’altra donna”. Non solo. La Reggiani venne operata anche di tumore al cervello e “la malattia per lei ebbe un valore molto importante, di destabilizzazione”. Così Gucci passò “dall’essere la sua ossessione all’essere una ‘escrescenza da recidere’, come lo definì lei stessa”. Ma non ci fu odio dietro alle sue azioni, stando a quanto ha dichiarato la Reggiani in un’intervista al Corriere della Sera: “Nessun odio. Io non odiavo Maurizio. Non l’ho mai odiato. È stata stizza, la mia. Mi stizziva”.

Dopo aver trascorso 17 anni nel carcere di San Vittore, nel 2014, Patrizia Reggiani venne affidata ai servizi sociali e nel 2017 tornò libera:”Ho pagato quello che dovevo, avendo fatto uccidere il mio ex marito”.

Il foglio : moda

Ha portato le sue muse fuori dal mondo, in un altro pianeta: sulla cima del grattacielo Chrysler, tra i ghiacci della Groenlandia, nel mondo degli insetti, in un’altra epoca, ma sempre in abiti da sera sensuali realizzati con materiali che qualcuno ha definito riduttivamente “da sexy shop”. Nella visione di Thierry Mugler le donne sono così seducenti e così straordinariamente sicure di sé da non riuscire a trovare un posto sulla terra: sono sempre altrove. I loro vestiti raccontano delle vite e delle personalità che oggi non sarebbero pensabili, ma che anche nei ribelli anni ’70 e negli esplosivi ’80 erano visti come “disruptive”. Nessuno prima di lui aveva mai vestito una donna da regina delle formiche, né osato montare un manubrio da motocicletta su un corpetto, o pensato di costruire un’armatura robotica a metà tra alta sartoria e capolavoro ingegneristico. È stato definito l’inventore del fashion show per come lo intendiamo oggi, ma quelli che organizzava per presentare le sue collezioni assomigliavano più a uno spettacolo teatrale che a una sfilata. La musica, le scenografie, le coreografie e le modelle che camminavano sulla passerella interpretando un personaggio avevano ben poco da spartire con le classiche presentazioni in atelier alle quali erano abituati i parigini che acquistavano haute couture. 

 

La sua passione per la danza, per il teatro, l’esibizione nel senso più ampio del termine si notano in tutte le sue espressioni. Nato a Strasburgo nel 1948, Mugler diventò un ballerino classico negli anni ’60, quando si unì alla Opéra nazionale del Reno, poi nel ’67 fu stilista a Parigi, prima freelance (sue le giacche in velluto indossate da Jimi Hendrix, Beatles e Rollig Stones) e poi, dal 1974 con il brand che porta il suo nome, ma anche fotografo e costumista: dal Macbeth de la Comédie-Française al videoclip realizzato assieme a George Michael “Too funky”. 

 

“Mi piace lavorare con le passioni e le ossessioni delle persone”, spiega Thierry-Maxime Loriot, curatore della mostra “Couturissime”, la prima retrospettiva dedicata a Thierry Mugler, l’unica alla quale lo stilista abbia dato il suo consenso, dopo aver rifiutato diverse proposte avanzate da musei e curatori. Prima di questa, Loriot, canadese d’adozione con una carriera da modello alle spalle, ha curato mostre dedicate a Jean Paul Gaultier e Peter Lindbergh, tutte accomunate dalla voglia di trasportare il visitatore nell’universo dell’artista, con ogni mezzo. “Non avrebbe senso per me realizzare una mostra dedicata a qualcuno che si limita a ‘realizzare vestiti’, non ci sarebbe motivo di parlarne, – continua Loriot, che raggiungiamo via zoom nella sua villa di Montreal – Ma quando dietro alle creazioni c’è un messaggio forte e una creatività dirompente, allora è importante mostrarlo e raccontarlo». “Couturissime” raccoglie 150 degli abiti più iconici di Mugler tra alta sartoria, prêt-à-porter, costumi di scena e nuove creazioni inedite. Accanto a questi sono esposti videoclip, bozzetti, scatti dei più grandi fotografi di moda al mondo, da Helmut Newton, che ha scattato la prima campagna pubblicitaria del brand, a David LaChapelle, e fotografie realizzate dallo stesso stilista. 

 

“Io lavoro per capitoli, per raccontare una storia – spiega Loriot – le mie mostre non sono convenzionali e per questo sono stato spesso criticato. Ma per me una visita al museo deve essere un’esperienza e divertire”. La mostra è partita nel 2019 dal Montréal Museum of Fine Arts, oggi è alla galleria d’arte Kunsthalle München e prossimamente, pandemia permettendo, arriverà a Parigi al Musée des Arts Décoratifs. I 50 anni di carriera di Mugler sono raccontati in sette atti e ripercorrono i momenti più eccezionali della sua carriera fino al 2000, anno in cui lo stilista ha scelto di chiudere il suo marchio. Dopo quella data si è ritirato dalle scene, ha cambiato nome facendosi chiamare Manfred – Thierry Mugler e ha completamente trasformato il suo corpo con il bodybuilding. 

 

“È importante mostrare i lavori di Mugler oggi – spiega Loriot – perché le nuove generazioni vedano le opere di qualcuno che ha veramente infranto tutti i canoni di ogni tempo. Oggi siamo abituati a copiare, tutti vogliono essere uguali, ma lui ha fatto qualcosa di davvero straordinario. Quando ha lanciato il suo brand negli anni ’70 non era un momento semplice per la haute couture parigina. A Milano stava emergendo Giorgio Armani con la sua eleganza, dal Giappone arrivavano Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo con il loro minimalismo, a Londra c’era il punk di Vivienne Westwood: l’alta sartoria era considerata una cosa polverosa per vecchie signore americane che potevano comprare enormi abiti da ballo. Non tutti hanno colto l’ironia e la provocazione di Mugler, il suo sense of humor”. Le donne Mugler erano l’incarnazione della sensualità e della provocazione, cosa che gli è valsa non poche critiche nel corso degli anni per la sua oggettificazione del corpo femminile. Ma quello che per la società era una sensualità ostentata e spicciola, per Mugler era la traduzione del suo amore per quello che considerava “l’animale più bello del creato, ovvero l’uomo”. Fu  Linda Nochlin, femminista e attivista a riconoscere il valore delle donne rappresentate dallo stilista, talmente estreme da diventare soggetti e non oggetti sessuali. “Il suo intento era veramente quello di liberare le donne e questo si riflette anche nella scelta dei materiali – spiega Loriot – Ha dato loro la libertà di essere chiunque volessero, da un insetto, a un animale a una diva di Hollywood. Le sue creazioni non sono riconducibili a nessuno stilista, lui si ispirava alla scena underground, al circo, al mondo animale utilizzando materiali come il latex e la gomma che era più facile vedere in un sexy shop piuttosto che in passerella”. 

 

Gli sforzi che spendeva nella ricerca dei materiali rendevano i suoi abiti ancora più speciali: pensava ad esempio che fosse molto più interessante ricreare l’effetto della pelle con un trompe-l’oeil usando il latex e risparmiando la vita a un animale. Alcune delle sue creazioni hanno richiesto un lavoro di sei mesi e l’intervento di ingegneri, come nel caso della corazza-robot. “Paradossalmente è molto più semplice vedere un Picasso che un abito d’archivio di Mugler – spiega Loriot – Ora grazie a figure del calibro di Beyonce, Lady Gaga e Kim Kardashian, che indossano le sue creazioni sul red carpet, si sta riscoprendo il valore del suo archivio”. Nella mostra sono esposti anche gli scatti realizzati dallo stesso Mugler, che lo stilista ha ricondiviso sui suoi profili social: modelle in abito da sera distese a prendere il sole sui ghiacci della Groenlandia, o sulla cima dei grattacieli, quasi in competizione su chi fosse più imponente. “Il cielo per lui era un grande fonte di ispirazione – continua – da piccolo dormiva sulle panchine nei parchi e guardava il blu della notte, che è sempre stato un colore cardine per lui, anche se inarrivabile. Nelle sue fotografie l’architettura ha un ruolo fondamentale, metteva le modelle in scala con delle gigantesche sculture. Per lui era importante aggiungere qualcosa, non gli bastava scattare una modella in un bellissimo appartamento circondata da fiori. Le donne e gli uomini Mugler erano guerrieri, avventurieri: potevano essere in Siberia, in Giappone, tra i ghiacci artici o su un altro piante, ma in qualsiasi luogo fossero, dovevano poter esprimere la loro libertà”.

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Quasi nessuna delle mie amiche ha un marito decente. E, quando dico «quasi», è perché ognuna si senta l’eccezione, e non mi tolga il saluto, offesa dal mio aver detto in pubblico ciò che sospiro sempre in privato: ma come fai a stare con quell’inutile pezzo di carne?

Quasi nessuna ha un marito intelligente, spiritoso, o anche solo manzo da poster. Uno che ti faccia capire perché alla tua amica sia venuta voglia di mettersi un estraneo in casa. Quasi tutte si sono sposate per la principale ragione per cui le donne si sposano non avendo più bisogno di sposarsi per esistere: per non essere la zitella ai pranzi di famiglia.

Essere la zitella è tabù quasi più di ingrassare (quasi), e le donne che conosco – donne emancipate, con carriere fiorenti e parrucchieri costosi, con senso dell’umore e piglio indipendente – farebbero di tutto per non essere quella che «nessuno se l’è pigliata, poverina».

Farebbero di tutto, anche tenersi un inutile pezzo di carne, il cui principale merito è quello che un direttore di Radio 2, quand’ero giovane, attribuiva ai miei interventi tra un disco e l’altro: «Non dà fastidio».

Ogni volta che leggo la storia di qualche donna picchiata che ci mette vent’anni a denunciare, che non se ne va di casa, che sapeva benissimo con chi si stava mettendo ma ci si è messa lo stesso, ogni volta penso che – più ancora di tutto quel che ci raccontiamo: l’inaffidabilità della giustizia nel proteggerti, la difficoltà di mantenerti, il problema dei figli piccoli – valga quel meccanismo lì: almeno ho un marito. Ogni volta penso che è solo per un caso che le mie amiche sono incappate in degli inutili pezzi di carne invece che in dei violenti (o forse la principale forma d’intelligenza femminile è, tra i mariti qualsiasi che potresti procurarti, scegliere quello meno dannoso).

Tutta questa premessa verrà insultata da un po’ tutte – dalle mie amiche e dalle donne menate, dalle femministe dei cancelletti e dalle organizzatrici di rifugi per donne in fuga da situazioni violente – giacché una cosa che il postmoderno riduce a «fascista!» è ipotizzare che la nostra vita vada come abbiamo deciso che vada. Che, certo, lui non ti deve menare, ma forse pure tu potresti evitare di metterti con uno che ti mena. Stai dicendo che se l’è cercata, puntesclamativo. Difendi la mascolinità tossica e la violenza del patriarcato, ripuntesclamativo. Ritenere le donne esseri adulti e quindi responsabili delle proprie azioni è considerato inaccettabile dalle ideologie contemporanee. Povere noi.

Tutta questa premessa serviva a parlare di Chiara Ferragni, che l’altroieri ha fatto la cosa più coraggiosa e impopolare che abbia visto fare a una donna da che esiste Instagram – no, non fotografarsi coi brufoli.

Chiara Ferragni si è fatta una foto nuda allo specchio. Non si vede niente di sconveniente (Instagram censura gli elementi di nudità quali i capezzoli): ha una mano a coprire le tette, e il taglio inferiore della foto mostra solo la pancia a fine gravidanza.

Ha raccontato che si era addormentata sul divano guardando la tele, si è svegliata alle due di notte, è andata a struccarsi e a mettersi l’olio sulla pancia, ha pensato che il corpo di una donna incinta è una cosa bellissima e si è fatta una foto. Fin qui tutto bene: body positivity e tutte quelle menate cui il pubblico femminile abbocca come un sol tonno.

Senonché la mattina dopo vede la foto sul telefono e decide di pubblicarla su Instagram. Ed è allora che arriva, in varie forme e reiterazioni, il commento che ti aspetti dal pubblico femminile: ma tuo marito cosa dice che pubblichi foto biotte? O, ancora più causa d’indignazione ferragniana: ma tuo marito ti permette di pubblicare foto nuda?

E quindi Chiara Ferragni decide di educarci. Di dirci ciò che non vogliamo sentirci dire. Di mettere a rischio la propria innocua universalità. Chiara Ferragni prende il telefono e ci monologa dentro, in due lingue, il suo stupore perché, nel 2021, le donne ritengono di dover chiedere il permesso al marito per fare un po’ quel che credono – fotografarsi nude, scalare l’Himalaya, iscriversi a un corso di tango.

Chiara Ferragni dice, senza dirlo mai: procuratevi un uomo decente, non un uomo purchessia. Chiara Ferragni chiede, senza chiederlo mai: ma come vi viene in mente, nel 2021 e con tutte le possibilità aperte, di mettervi con uno che ritenga di dovervi concedere dei permessi? Come vi viene in mente di ritenere di dover chiedere dei permessi? Le vostre nonne cos’hanno lottato per avere diritto di voto a fare? Le vostre madri cosa sono andate a lavorare a fare? Com’è possibile che viviate nel secolo in cui una donna può tutto e vi comportiate come le massaie di cent’anni fa cui non restava che aspettare il ritorno a casa del marito e venire ricompensate dal suo buonumore se la cena era di suo gradimento? Cosa mi seguite a fare, se non avete ancora imparato ad avere un’indipendenza, un reddito, una personalità?

Era da quando la Thatcher disse che quale solidarietà sociale, la società non esiste, che non sentivo una donna fare un discorso così irricevibile, dire una verità che siamo così determinate a non ascoltare.

Oltretutto, proprio come la Thatcher, la Ferragni ci costringe a considerare il corollario: pensavamo quelle due avessero i mariti più inetti del mondo, e invece dopo averle sentite teorizzare ci rendiamo conto che se li sono scelti con cura. Che il punto non è avere un marito che le amiche (zitelle) ti invidino. Il punto è avere un marito che non ti ostacoli, quale che sia il tuo desiderio: governare il paese, o prendere dei cuoricini su Instagram.

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